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Raccolta degli articoli 2001

(C) 2001 Paolo Attivissimo. Distribuzione libera alle condizioni indicate presso http://www.attivissimo.net/nl/norme_distribuzione.htm.

Nota: Questo archivio è in corso di sistemazione. Attualmente contiene molti errori (accentate sbagliate, link non cliccabili, a capo a metà frase, eccetera). Lo so. Li sto sistemando quando ho tempo di farlo, cioè non molto spesso.

L'archivio non è integrale: ho conservato soltanto i messaggi significativi. Mi rendo conto che "significativo" è un criterio molto soggettivo, ma che diamine, queste sono le mie pagine Web e qui decido io cosa mi va di fare ;-).

I link non vengono aggiornati o verificati dopo la pubblicazione dell'articolo, per cui è probabile che siano obsoleti e/o non funzionanti.

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Libri gratis: tutto esaurito (2 gennaio 2001)

Ahimè per chi non ce l'ha fatta, i libri sono già tutti spariti. ciao da Paolo.

Nuovo Kernel di Linux -- che cosa significa? (5 gennaio 2001)

Per molti smanettoni la Befana è stata particolarmente prodiga quest'anno: ha portato loro la sospirata versione 2.4 del kernel di Linux. cosa significa? Per chi non usa Linux, molto poco; ma per chi lo adotta è un cambiamento molto importante. In Linux, la pubblicazione di un nuovo kernel è più o meno l'equivalente dell'uscita di una nuova versione di Windows. Con due differenze importanti: non si avvia una miliardaria e martellante campagna pubblicitaria, e la versione nuova del sistema operativo funziona meglio di quella precedente ;-)

Dimenticavo una terza differenza non da poco: gli aggiornamenti di Windows sono a pagamento. Quelli di Linux sono gratuiti.

Linus Torvalds, creatore di Linux e coordinatore del suo sviluppo, si è limitato a distribuire (gratuitamente, appunto) il kernel 2.4 alla fine di un rigoroso collaudo (interamente pubblico) e ad annunciarne la disponibilità con un semplice e-mail. Fine della campagna pubblicitaria. Tanto al resto ci pensa il passaparola degli utenti.

Per l'utente medio, la novità principale di questo kernel (il kernel è l'elemento centrale del sistema operativo) è il supporto per i dispositivi (stampanti, scanner, fotocamere, telecamere) collegati alle porte USB, finora supportati soltanto in versioni non ufficiali e un po' instabili.

Windows offre il supporto USB da tempo, e questo nuovo kernel colma una delle principali carenze di Linux per chi voleva usarlo come sostituto di Windows sul proprio PC domestico e in ufficio.

Per gli utenti più evoluti, vale la pena di citare il supporto per il "symmetric multiprocessing", che consente a Linux di gestire macchine con un massimo di 32 processori.

Per le aziende, è interessante la compatibilità di questo kernel con il futuro chip di Intel (Itanium) a 64 bit. Il supporto multiprocessore consente a Linux di utilizzare server più potenti.

Incuriositi? Il kernel si può prelevare e installare nel vostro Linux attuale con poca fatica. Lo trovate, traffico permettendo, presso http://www.kernel.org/pub/linux/kernel/v2.4/linux-2.4.0.tar.gz attenzione, sono 24 megabyte. come probabilmente saprete, ho una certa predilezione per Linux: un po' perché gli ho dedicato un libro (Da Windows a Linux, appunto), un po' perché effettivamente ho scoperto che funziona molto bene. Questo non mi impedisce di notare una cosa un po' buffa, tipica dell'approccio non commerciale della comunità Linux.

Il kernel 2.4 è in ritardo di un anno sulla tabella di marcia. Se Microsoft avesse pubblicato Windows 98 nel 1999, tutti avrebbero riso, mentre con Linux nessuno ha nulla da ridire (e ridere). In effetti non è molto giusto ed equo. Eppure è così. Come mai?

Semplice. Il primo motivo è che gli utenti Linux _amano_ il loro sistema operativo. A chi si ama si perdona tutto (persino la mancanza, fino a ieri, del supporto USB). Questo con i prodotti Microsoft non succede, e penso che il reparto marketing di Microsoft abbia una lezione da imparare in quanto a "fidelizzazione del cliente", come si dice nel gergo della delirante 'new economy'.

Il secondo è che la filosofia di sviluppo di Linux non è commerciale. La nuova versione viene pubblicata quando è pronta, _non_ quando lo decide il direttore del marketing. Se non è pronta (nel senso che non ha ancora superato tutti i collaudi), viene messa comunque a disposizione degli utenti a titolo sperimentale (con le avvertenze del caso). be', divertitevi con il nuovo kernel, se usate Linux. E se non lo usate, cominciate a chiedervi perché dovete pagare gli aggiornamenti del vostro sistema operativo.

Dieci lezioni amare di e-commerce: il caso Telecom Italia (9 gennaio 2001)

Vi devo le mie scuse.

In un mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport prima di Natale ho consigliato caldamente di comperare da Telecom Italia il loro interessantissimo set top box Playweb. Ma a mia insaputa vi ho ingannato, perché il Playweb non esiste più da un anno, anche se è tuttora regolarmente in vendita presso il sito di e-commerce di Telecom, all'indirizzo http://www.telecomitalia.it/peracquistare/playweb.it.shtml e presentato presso http://www.tin.it/internet-tv/

Se provate ad acquistarlo, potrebbe succedervi quello che sto per raccontarvi, e che mi è servito per imparare le dieci regole fondamentali del commercio del terzo millennio. Le metto gratuitamente a disposizione delle aziende italiane, nella speranza di far loro risparmiare i miliardi che stanno scialacquando in "e-marketing consulting", "e-customer targeting", "vertical portal e-engineering", "creative webmastering" e "push-pull goal-oriented WAP-driven e-service system management streamlining" e molte altre roboanti idiozie che finiscono in "ing".

Avvertenze

Scrivo dopo un mese sprecato in solleciti, telefonate, proteste e reclami, per cui mi perdonerete il tono fra il sarcastico e il disgustato. Spero in particolare di contare nel perdono dei miei amici che lavorano presso Telecom Italia, nell'augurio che il mio caso sia isolato e non sia quindi statisticamente significativo.

Inoltre il caso che presento riguarda Telecom, ma purtroppo è un esempio che potrebbe riguardare moltissime altre aziende italiane buttatesi a suon di miliardi e pubblicità nel vortice della cosiddetta 'new economy'. Non pensate che Wind, Infostrada e tanti altri siano migliori. Freedomland.it, altro fornitore di set top box, non si è nemmeno degnato di rispondere al mio ordine. Potrei raccontare molte altre storie di aziende che sprecano miliardi per fare e-commerce patetico, anche per prodotti non collegati all'informatica. Se vi interessa, lo farò, sempre che gli avvocati di una nota marca di caffe' e di una certa marca di ovetti di cioccolato non mi imbavaglino per evitare imbarazzi.

Il sugo di tutta la storia

L'11 dicembre 2000, sfogliando il sito di Telecom Italia, trovo la pagina dedicata al Playweb. E' un set top box: uno scatolotto che si collega alla TV e al telefono e consente di navigare in Internet e mandare e-mail. Le specifiche tecniche del prodotto sono ottime e l'idea di avere un aggeggio facile da usare, immune ai virus e a basso costo (300.000 lire) mi attira molto, anche perché ne voglio fare regalo ai miei suoceri, diventati refrattari al personal computer dopo averlo ripetutamente provato e trovato inutilmente complicato e macchinoso. anzi, l'aggeggio mi piace così tanto che, come dicevo, ne parlo positivamente in un mio articolo apparso nella pagina del mercoledì della Gazzetta dello Sport, dedicata al mondo di Internet. Non sapevo di stare attirando in una trappola i miei lettori.

Il giorno stesso faccio l'ordine online. Ricevo un e-mail di conferma e la promessa che riceverò il Playweb "entro 7 giorni" (testuale). Avrei dovuto mettermi in allarme notando che lo stesso e-mail, in piena auto-contraddizione, diceva "dopo aver verificato la disponibilità del prodotto, ti contatteremo per comunicarti la data della consegna".

Insomma, prima Telecom mi dice "tranquillo, l'avrai entro una settimana", poi mi dice "però non sappiamo ancora se ce l'abbiamo a magazzino". Boh.

Lezione n. 1

Promettete _sempre_ quello che non siete sicuri di poter mantenere. Tanto è il cliente che ha bisogno di voi, mica il contrario.

Lezione n. 2

Contraddicetevi pure, tanto non se ne accorgerà nessuno. Parlare in modo chiaro e non ambiguo aumenta il rischio di essere capiti e quindi portati in tribunale. E comunque a darvi un'immagine aziendale seria e corretta ci penserà la martellante campagna pubblicitaria con la sgnoccolona di turno.

Ma io sono un tipo fiducioso. La new economy è bella, e la nuova azienda 'privatà Telecom non è la SIP dei tempi andati. Vado tranquillo.

Il giorno dopo ricevo un e-mail da Telecom Italia: "purtroppo il nostro magazzino risulta momentaneamente sprovvisto del prodotto...". Sottolineo il _momentaneamente_.

Lo stesso e-mail mi chiede se preferisco cercare il Playweb presso i negozi Punto 187 della mia zona o attendere con fiducia l'arrivo per posta. Faccio un rapido giro dei negozi Punto 187 _di_tutta_la_provincia_ di Pavia: molti non sanno neppure cos'e' il Playweb.

Lezione n. 3

Ricordate sempre di mettere in vendita i vostri prodotti senza farlo sapere alla rete di vendita. Non togliete loro il gusto della sorpresa quando i clienti chiedono di acquistarlo.

Fatto sta che nessun negozio locale ha il sospirato Playweb, per cui non mi resta che comunicare a Telecom Italia che attenderò fiducioso (be', forse un po' meno che fiducioso) che me lo mandino direttamente loro. Cosa che faccio seduta stante tramite il sito Web apposito.

Passano i sette giorni, passa Natale, e come avrete indovinato, l'apparecchio non arriva.

Il 28/12 mando un e-mail di sollecito all'apposito indirizzo (ecommerce@telecomitalia.it) chiedendo cortesemente lumi sul mio ordine, ma al tempo stesso ricordando che la legge mi consente di disdire l'ordine se non viene fissata una data di consegna entro 30 giorni dall'ordine.

Nessuna risposta.

Lezione n. 4

Non rispondete all'e-mail che vi mandano i clienti. Sono solo byte su uno schermo, mica ci sono persone vere dietro quei messaggi. Una cliccata e scompaiono.

Lezione n. 5

Mandate pure in ferie a Natale tutto il vostro reparto assistenza clienti. Tanto, chi volete che compri qualche cosa sotto Natale? Mai successo!

Ormai ho fatto una figuraccia con i miei suoceri, che però sono comprensivi e mi rincuorano: non sono offesi, capiscono che è "tutta colpa della solita Telecom".

Lezione n. 6

La soddisfazione dei clienti non si raggiunge dando loro quello che vogliono: tanto i clienti, questi rompiscatole, non sono mai soddisfatti. E' molto più efficace far loro il lavaggio del cervello con un massiccio bombardamento pubblicitario. E poi nel Terzo Millennio non servono clienti, serve vendere.

Passa Capodanno, passa la Befana, e a me passa pure la pazienza. L'8/1 mando un nuovo sollecito via e-mail: viene ignorato anche quello. Accidenti, che ferie lunghe che si prendono i dipendenti Telecom.

Lo stesso giorno chiamo il 188 (non il 187), a cui fa capo il servizio reclami Telecom, e sporgo reclamo.

Ho ordinato un prodotto un mese fa, e non l'ho ancora ricevuto; anzi, non è stata neppure definita una data di consegna. Il servizio automatico di informazione sullo stato dell'ordine non risponde (se non con un enigmatico "ordine in lavorazione"). Il servizio e-mail di assistenza clienti latita. Che devo fare?

L'operatrice, dopo essersi consultata con la sede di Milano e i negozi Telecom di Pavia, mi dice che francamente non sa ne' quando ne' se mai potranno mandarmi il Playweb, perché non ce ne sono più. Anzi, il negozio di Pavia le ha detto che loro non ne hanno più da un anno perché il prodotto è obsoleto.

"Ma come", obietto io, "sul vostro sito è ancora in vendita. E l'ordine l'avete pure accettato e confermato. Allora vuol dire che lasciate in catalogo prodotti che non esistono più? E per di più accettate anche ordini per quei prodotti inesistenti?". E meno male che non ho pagato con la carta di credito, altrimenti hai voglia attendere il rimborso.

Imbarazzo dell'operatrice, che dice che la questione dipende dalla sede di Roma e che segnalerà il fatto. Mi conferma inoltre che il prodotto è considerato "obsoleto", ma che non ne è prevista una versione nuova che lo sostituisca.

Lezione n. 7

Non fate manutenzione al vostro sito online: costa troppo, ma soprattutto i clienti si divertono a restare in ballo un mese per comperare prodotti inesistenti. Tanto in Rete è tutto virtuale, no?

Lezione n. 8

Denigrate pure i vostri stessi prodotti di fronte ai vostri clienti. Tanto li compreranno lo stesso, e comunque le statistiche dicono che l'82,7% degli italiani non sa cosa vuol dire "obsoleto". Cosa peggiore, l'82,7% delle statistiche è inventato di sana pianta. a questo punto io, povero utente gabbato, rimango con un semplice dubbio. Ma allora, questo benedetto Playweb, me lo darete prima o poi, o non ne avete più? Rimango vincolato dal mio ordine o sono libero dall'impegno e posso finalmente andare a cercare altrove?

Sono domande al limite della metafisica per Sara, la povera operatrice Telecom, alla quale tuttavia va la mia simpatia, perché è una povera vittima di forze cosmiche più grandi di lei e comunque si è dimostrata diligente e molto cortese. Insomma, non si sa che fare.

Nota a parte: una fonte interna (molto interna) a Telecom mi ha successivamente confermato ufficiosamente che il Playweb non è più disponibile perché non lo comperava quasi nessuno: una volta esaurite le scorte, Telecom ha deciso di non farne fabbricare altri. Questo la dice lunga sull'intelligenza degli utenti medi, che preferiscono spendere due milioni per un PC che non sanno usare e gli si pianta in continuazione piuttosto che spendere trecentomila lire e avere un cosino semplice da usare. Mah.

Lezione n. 9

Non perdete tempo a redigere procedure chiare che descrivano cosa rispondere al cliente quando ci sono problemi. Tanto i problemi non capitano mai. E se proprio dovessero capitare, siete bravi ad arrampicarvi sugli specchi: qualche cosa improvviserete.

Il giorno stesso (8 gennaio) Telecom Italia richiama e dice che tenterà di farmi avere un esemplare di Playweb appena possibile. Si accende un lumicino di speranza!

Lezione n. 10

I vostri prodotti sono superiori a tutti gli altri, per cui non basta che il cliente li paghi: deve anche dimostrare di meritarsi l'onore di possederli. Dateglieli, anzi _concedeteglieli_, soltanto dopo almeno quattro solleciti, altrimenti è evidente che non ci tiene. Se glieli date subito, inoltre, non apprezzerà il grande lavoro organizzativo che c'e' dietro ai risultati della vostra azienda.

Oggi, 9 gennaio, arrivano una telefonata e un e-mail che confermano che il prodotto richiesto non è più disponibile e quindi l'ordine è chiuso e nullo. Ho sprecato un mese, fatto figuracce a Natale e perso tempo in solleciti e telefonate quando sarebbe bastato a Telecom interrogare subito il magazzino e dirmi "no, guardi, non ne abbiamo più".

E poi il mondo degli imprenditori si domanda come mai il commercio online stenta a decollare.

Epilogo

Per obiettività, devo sottolineare che nello stesso periodo ho tentato di acquistare un set top box da Freedomland.it, ma come già detto non ho neppure ricevuto una conferma d'ordine scritta, ne' quando ho ordinato il set top box tramite il loro sito, ne' quando ho contattato direttamente Freedomland.it per fax e per telefono. Quindi non ce l'ho con Telecom in particolare.

Oggi ho telefonato a Postalmarket e ho ordinato il loro set top box (più caro di quello Telecom). Ripeto, ho _telefonato_, non ho fatto l'ordine via Internet. Volevo parlare con un essere umano che mi confermasse immediatamente la disponibilità del prodotto e la data di consegna. Ho avuto conferma e data immediatamente. Adesso, però, tengo le dita incrociate. Finché non arriva, non ci credo.

E per finire....

Lezione n. 11 (bonus)

Assumete sempre HTML-isti analfabeti, e non perdete tempo a fare controlli ortografici. Tanto non se ne accorge nessuno.

Guardate la pagina http://www.telecomitalia.it/peracquistare/playweb.it.shtml dedicata appunto al playweb. Nel codice HTML c'e' scritto ripetutamente font face="arial, helvedtica"

Si scrive "helvetica", senza la D. Scritto così, il comando non funziona e il font visualizzato è tutto fuorché il classico, ben noto Helvetica.

O forse è un astuto artificio tecnico al di sopra delle mie limitate competenze informatiche?

Hacker, il vero significato della parola (9 gennaio 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport di mercoledì 3 gennaio 2001.

Buoni e cattivi della Rete

Per ogni sport c'è un gergo da imparare: parole tecniche che descrivono con precisione un concetto tipico di quell'attività agonistica. Se non ci fosse il gergo calcistico, ad esempio, dovremmo dire "tiro a effetto che sorvola il portiere in uscita adagiandosi in rete" ogni volta che vogliamo parlare di "pallonetto". Impraticabile.

La stessa regola vale anche per Internet: ci sono tanti concetti che esistono soltanto in Rete e per i quali sono state coniate parole che li descrivono concisamente. E' importante conoscere questi termini per evitare figuracce da principianti e soprattutto per saper distinguere i buoni dai cattivi in Internet. attenti a come usate "hacker": è la parola più abusata del gergo, soprattutto per colpa dei giornalisti. Un hacker non è un pirata informatico che brama di penetrare nei computer altrui per devastarli o arricchirsi illegalmente: l'equivalente italiano più corretto è "smanettone", cioè una persona che si diverte a inventare modi per ottenere di più dalle proprie apparecchiature (non necessariamente computer).

Il pirata informatico, invece, si chiama "cracker"; sì, proprio come il biscottino friabile. I cracker sono disprezzati dagli hacker perché usano la propria conoscenza informatica per fare danni. Un hacker è capace di entrare in un computer altrui tanto quanto un cracker, ma lo fa solo per lasciare un cortese avvertimento: come è entrato lui, potrebbe entrare chiunque altro, ma con intenti ostili. Sorpresa: gli hacker sono buoni.

Un altro termine che incontrerete spesso è "lamer": è un insulto, perché indica chi vorrebbe essere smanettone ma non ne possiede la competenza e non ha voglia di studiare per acquisirla. Per fare un paragone sportivo, un lamer pretende di guidare in Formula Uno senza prima far pratica sui go-kart, ma si limita a lagnarsi e non fa danni. Lo "script kiddie" è considerato come una forma di vita ancora inferiore, perché ha l'aggravante di scopiazzare le tecniche degli hacker senza capire come funzionano e quindi combina disastri: Topolino apprendista stregone, insomma.

Volete sapere che faccia hanno lamer e script kiddie? Con Windows, basta usare strumenti come Zone Alarm (http://www.zonelabs.com), che rivelano l'indirizzo Internet dei dilettanti che tentano di entrare nel vostro computer: vi assicuro che succede in continuazione, solo che non ve ne accorgete. come si fa invece a distinguere a prima vista un hacker da un cracker? Facile: se lo incontrate, di persona o in Rete, chiedetegli se è un hacker. Se vi risponde di sì, è un pirata informatico o uno sbruffone. Un vero hacker non si vanta mai di esserlo. Non ne ha bisogno.

Stelle della velocità nello spazio e in Rete (10 gennaio 2001)

Il testo che segue è quello di un articolo che avevo scritto per la Gazzetta dello Sport ma è stato scartato. Siccome a casa mia non si butta via niente, ve lo rifilo. Questo articolo, insomma, è scritto su byte riciclati al 100%.

Siete ancora appesantiti dai festeggiamenti di fine anno? E pensare che c'è chi ha avuto occasione di inaugurare il 2001 quindici volte di fila ed è rimasto sempre sobrio. Chi corre cento volte più veloce di Schumacher non può permettersi disattenzioni.

I supervelocisti astemi in questione si chiamano Sergei Krikalev, Yuri Gidzenko e Bill Shepherd. Non sono atleti da stadio o campioni di Formula Uno, ovviamente, ma astronauti: vivono a bordo della nuova stazione spaziale internazionale, compiendo un giro intorno al mondo nel tempo di una partita di calcio. In questo modo il 31 dicembre scorso hanno attraversato ripetutamente la linea del cambio di data, entrando e uscendo dal nuovo millennio ben quindici volte: un record difficile da battere. Ma senza brindisi, purtroppo, perché l'alcool è vietatissimo a bordo, almeno ufficialmente. che c'entra tutto questo con Internet? Semplice. Siamo abituati a considerare le missioni spaziali come roba astratta da scienziati e lontana da noi, ma grazie alla Rete non è più così: possiamo vedere la stazione spaziale a occhio nudo tramite le segnalazioni in tempo reale via Internet.

E' uno spettacolo notevole: una stella dalla luce stabile e brillante quasi come il pianeta Venere, che corre veloce nel cielo, attraversandolo in pochi minuti. A volte diventa improvvisamente più luminosa perché il sole si riflette sui suoi pannelli solari, lunghi quanto un campo di calcio, proprio come le automobili in autostrada mandano bagliori quando sono colpite dal sole: con la differenza che questa "automobilina" è a quattrocento chilometri di distanza, eppure la vediamo schizzare veloce sopra le nostre teste. Altre volte si spegne e scompare improvvisamente: niente paura, non è stata rapita dagli Ufo, è soltanto entrata nel cono d'ombra della Terra.

Incuriositi? Allora visitate il sito http://liftoff.msfc.nasa.gov/temp/StationLoc.html: troverete un mappamondo che indica in tempo reale dove si trova la stazione spaziale. Potete anche chiedere di ricevere dalla Nasa un e-mail che vi avvisa quando la stazione passa sopra di voi all'alba o al tramonto, quando ci sono le condizioni di luce ideali per avvistarla. Lo stesso servizio tiene traccia anche della stazione russa Mir, ora disabitata e anch'essa visibile a occhio nudo.

Il mappamondo del sito è intuitivo e automatico da usare, mentre le istruzioni in inglese possono essere un problema: in tal caso scrivetemi presso topone@pobox.com e vi manderò un e-mail con orari e coordinate di avvistamento ogni volta che c'è un sorvolo: in media, un paio di volte la settimana, maltempo permettendo. E' una ragione in più per godersi un bel tramonto d'inverno.

Associazioni di difesa del consumatore (17 gennaio 2001)

Molti lettori mi hanno scritto dei loro tentativi, a volte infruttuosi e a volte coronati da successo, di farsi rimborsare Windows, riparare o sostituire computer difettosi e compensare per clausole truffaldine negli acquisti fatti via Internet.

Dato che non sono un avvocato, i miei consigli sono basati più sul buon senso e l'esperienza personale che sulla conoscenza letterale delle leggi italiane. Di conseguenza, a parte alcune 'dritte' generiche, ho sempre consigliato di iscriversi e rivolgersi alle associazioni che difendono i consumatori.

Dal Sole 24 Ore del 15 gennaio 2001 riporto quindi un "elenco delle associazioni dei consumatori e degli utenti presso il ministero dell'Industria" secondo l'articolo 5 della legge 281/98. Traduzione: queste sono quelle approvate e quindi "ufficiali", autorizzate a rappresentare legalmente i cittadini italiani.

Non è mia intenzione plagiare il contenuto del Sole 24 Ore, per cui vi invito a verificare i dati sul loro sito e riporto qui la fonte dell'elenco. a proposito di verificare, vi chiederei un favore: ho trascritto fedelmente i dati pubblicati dal Sole 24 Ore, ma alcuni numeri di fax e telefono mi sembrano sospetti, soprattutto quelli in cui il telefono risulta a Milano (02) e il fax a Roma (06). Temo un refuso, per cui se vi capita di controllarli, mi fate una grandissima cortesia (e la fate alla comunità di Internet, dato che pubblicherò la lista sul mio sito perché chiunque possa consultarla in futuro). a chi mi segnala un errore spetterà una citazione nei ringraziamenti della prossima edizione del libro "Internet per tutti", a cui sto iniziando a lavorare.

Acu - Associazione consumatori utenti
www.acu.it
via Bazzini 4, 20131 Milano
tel. 02.70636393
Fax 02.70636777
Settore agro-alimentare, sanita', banche, assicurazioni, finanza, trasporti, utenze domestiche, privacy, turismo.

Adiconsum
www.adiconsum.it
via G. M. Lancesi, 00161 Roma
tel. 06.4417021
fax 06.44170230
Assicurazioni, energia e ambiente, TV, fisco, credito e risparmio, sicurezza alimentare, euro, diritti del cittadino.

Adoc
www.uil.it/adoc
via Lucullo 6, 00187 Roma
tel. 06.4825849
fax 06.4819028
Campagne per prevenzione e sicurezza prodotti, prezzi, servizi, alimentazione, banche (anatocismo), commercio elettronico.

Adusbef (attualmente ha ritirato l'iscrizione all'elenco)
www.adusbef.it
via Farini 62, 00185 Roma
tel. 06.4818633
fax 06.4818632
Settore bancario (in particolare i mutui), assicurativo, finanziario, postale, telefoni, pubblicita' ingannevole, trasporti, libera concorrenza.

Centro tutela consumatori utenti Alto Adige
www.consumer.bz.it
via 12 Ville 11, 39100 Bolzano
tel. 0471.975597
fax 0471.979914
Consulenza al consumo e sul bilancio familiare, alimentazione, euro, assicurazioni, mutui casa.

Codacons
www.codacons.it
via Mazzini 73, 00195 Roma
tel. 06.37351738
fax 06.3701709
Tutela utenti di: servizi pubblici, giustizia, scuola, trasporti, telefoni, sanita', finanza, assicurazioni, banche, stampa, altri.

Comitato consumatori Altroconsumo
www.altroconsumo.it
via Valassina 22, 20121 Milano
tel. 02.668901
fax 06.6890288
Test comparativi su prodotti di largo consumo, servizi pubblici, bancari e assicurativi, commercio elettronico, euro, istruzione, trasporti.

Confconsumatori (iscrizione temporanea a seguito di ordinanza del Tar Lazio)
www.confconsumatori.com
via Aurelio Saffi 16, 43100 Parma
tel. 0521.230134
fax 0521.285217
Assicurazioni, trasporti, alimentare, commercio, mutui.

Federconsumatori
www.federconsumatori.it
via Gioberti 54, 00185 Roma
tel. 06.49270434
fax 06.49270452
Osservatorio sui prezzi utenze domestiche, assicurazioni e banche, auto, fisco, telecomunicazioni, alimentazione, trasporti.

Lega consumatori ACLI
www.legaconsumatori.it
via Orchidee 4/a, 20147 Milano
tel. 02.48303659
fax 06.48302611
Banche e assicurazioni, giustizia e diritto di famiglia, casa, utenze domestiche, viaggi, pubblicita' ingannevole, commercio, rapporti con pubblica amministrazione.

Movimento consumatori
www.arpnet.it/movcons
via C.M. Maggi 14, 20154 Milano
tel. 02.33603060
fax 02.34937400
Banche, assicurazioni, immobiliare, commercio, alimentazione, lavoro, pubblicita' ingannevole, utenze e servizi pubblici, turismo, euro.

Movimento difesa del cittadino
www.mdc.it
via Addis Abeba 1, 00199 Roma
tel. 06.86399208
fax 06.86388406
Pubblica amministrazione e burocrazia, giustizia, ambiente, euro, commercio elettronico.

Cittadinanza attiva - movimento federativo democratico
www.cittadinanzaattiva.it
via Flaminia 53, 00196 Roma
tel. 06.367181
fax 06.36718333
Sanita' e assistenza (collegata al Tribunale del Malato), servizi di pubblica utilita', pubblica amministrazione, formazione, cittadinanza.

Unione nazionale consumatori
www.consumatori.it
via Andrea Doria 48, 00192 Roma
tel. 06.39737021
fax 06.39733329
Tutte le aree dei consumi, tra le quali: prezzi e tariffe, servizi pubblici, banche e assicurazioni, casa, scuola, sanita', turismo.

"Virus" per Linux, niente panico (18 gennaio 2001)

Si sta diffondendo con un certo allarme la notizia dell'esistenza di un "virus" di nome Ramen, che colpisce specificamente il sistema operativo Linux nelle sue distribuzioni Red Hat 6.2 e 7.0.

Dato che queste sono le distribuzioni che ho scelto, insieme al mio spirito-guida Odo, per il mio libro "Da Windows a Linux", mi sento coinvolto direttamente. Ho dunque condotto i miei lettori dalla padella (Windows) alla brace (Linux)? Il mito della maggiore sicurezza di Linux è dunque infranto?

Per fortuna no. Il "virus", che in realtà è tecnicamente un worm, ha effetto soltanto sulle macchine Linux che fanno da server, cioe' _forniscono_ dati a Internet (come pagine Web o archivi di file ftp); _non_ ha effetto sulle normali macchine Linux usate per navigare in Internet. A patto, naturalmente, che siano configurate con giudizio, e questo è spiegato nel mio libro (che, ricordo, è sempre disponibile gratis presso http://www.attivissimo.net). come regola generale, a prescindere da questo "virus", ricordatevi _sempre_ di disattivare i servizi che non usate: meglio ancora, non installateli del tutto. Se avete seguito le istruzioni del Capitolo 18, siete già a posto contro Ramen e gli emuli che sicuramente seguiranno.

Questo è purtroppo uno dei difetti delle distribuzioni Red Hat; le loro installazioni standard installano molto software che non serve all'utente comune, compreso il server Web (che però è disattivato per default). Però per mettersi a posto basta disinstallarli, e anche questa eliminazione dei servizi inutili è spiegata nel libro. I servizi colpiti, e quindi da disattivare, in questo caso sono rpc.statd e ftpd. Sono comunque servizi che dovrebbero essere disattivati _comunque_, salvo che abbiate motivi davvero seri per farlo. chi avesse bisogno di usare Linux come server e vuole proteggersi da questo attacco, può installare le correzioni gratuite già disponibili da tempo in Rete, secondo quanto descritto nelle autorevoli pagine del CERT, presso http://www.cert.org/incident_notes/IN-2000-10.html

Insomma, date una controllatina alle vostre configurazioni Linux e poi dormite sonni tranquilli. ciao da Paolo.

Manuale di autodifesa telefonica [nostalgico] (19 gennaio 2001)

I più veterani si ricorderanno di un mio "manuale di autodifesa telefonica", in epoca Fidonet, di cui fra l'altro ho perso ogni traccia (e' sepolto su qualche CD d'archivio). All'epoca mi occupavo molto di queste cose, poi ho ahime' lasciato perdere.

Però il vizio m'e' rimasto, e allora vi segnalo due dritte tratte dal Sole 24 Ore, in particolare a firma di Sergio Antocicco (Anuit). Possono ovviamente essere usate a sproposito, ma è importante che l'utente sappia che esistono queste "falle" del sistema telefonico e cercare di tutelarsi.

Come fare un'interurbana da un telefono/centralino su cui sono bloccate le interurbane

Primo metodo: basta chiamare il 12, chiedere il numero dell'abbonato al quale si vuole telefonare, e usare il nuovo servizio "zero e via" di Telecom. Questo servizio compone per voi il numero e di conseguenza scavalca il blocco alle interurbane impostato nel centralino.

Soluzione di autodifesa: bloccare le chiamate al 12 (fattibile soltanto se avete un centralino).

Secondo metodo: basta chiamare l'89.24.24 (Pagine gialle) e chiedere il numero. Anche qui si può chiedere alle Pagine Gialle di comporre per voi il numero, scavalcando ancora il blocco impostato nel centralino.

Soluzione di autodifesa: bloccare le chiamate all'89.24.24 (fattibile soltanto se avete un centralino).

Terzo metodo: chiamando il numero 400, si ottiene il numero dell'ultima chiamata ricevuta alla quale non avete risposto. Digitando 1, si può richiamare quel numero, anche se interurbano, scavalcando ancora qualsiasi blocco.

Soluzione di autodifesa: nessuna, perché il 400 è attivo soltanto sulle linee singole (non sui centralini), sulle quali non è possibile bloccare il servizio.

La morale

Come al solito, entra in gioco la Legge delle Conseguenze Impreviste, che recita: "La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni". L'intenzione di Telecom è senz'altro buona (il servizio 400 mi piace molto, in particolare), ma il modo in cui è stata messa in atto, ossia attivando questi servizi a tutti gli abbonati senza chiedere il loro consenso e senza consentirne la disattivazione (come avviene invece per gli 144 e 166), espone il malcapitato utente al pericolo che qualcuno (un dipendente, un figlio deficiente, un ospite scroccone, eccetera) gli rubi soldi dal portafogli. certo, un'interurbana non costa più cara come un tempo, ma falla oggi, falla domani, e falla lunga, alla fine costa eccome.

Ora siete informati. Difendetevi, se potete. Se non potete, arrabbiatevi! ;-) ciao da Paolo.

Attivare il tasto Windows sotto Linux (26 gennaio 2001)

Se state cimentandovi con Linux, avrete notato che il tasto Windows presente sulla tastiera (quello che in Windows richiama il menu Avvio) è completamente inattivo sotto Linux. Idem dicasi per il suo compagno, il tasto che reca l'icona di un menu, e che in Windows attiva il menu pop-up dell'applicazione corrente.

Ma siccome praticamente tutto è configurabile in Linux, e siccome mi sono stufato di premere istintivamente il tasto Windows e vedere che non succede nulla, ho cercato una maniera di sistemare la magagnina. Eccovela: verificatela, se potete, così le aggiungo agli aggiornamenti online di "Da Windows a Linux".

Non è farina del mio sacco, per cui non mi posso prendere alcun merito.

·         Accedete all'interfaccia grafica come utente normale.

·         Andate nella vostra home directory.

·         Usando un editor di testo qualsiasi, scrivete un file di nome .Xmodmap (con il punto davanti) che contenga queste due righe: keycode 115=F13 keycode 117=F15

·         Date il comando xmodmap .Xmodmap, che dice al programma xmodmap di leggere il file che avete appena scritto e assegna ai codici di tastiera 115 e 117 (quelli del tasto Windows e del tasto menu) i valori F13 e F15 (dice a Linux di considerarli come tasti funzione).

·         Aprite il Centro di Controllo KDE e scegliete la voce Tasti e la sua prima sotto-voce (in Linux inglese è Global Keys; in italiano è Tasti Globali).

·         Nell'elenco delle azioni abbinate ai vari tasti, cercate l'azione abbinata ad Alt-F1 (in inglese è Pop-up system menu; in italiano è Menu di sistema) e selezionatela.

·         Assegnate il tasto funzione F13 a quest'azione, selezionando "Tasto personalizzato", cliccando sull'icona del tasto funzione e poi premendo il tasto Windows (disattivate le caselle Shift, Ctrl, Alt).

·         Nell'elenco delle azioni abbinate ai vari tasti, cercate l'azione abbinata ad Alt-F3 (in inglese è Window operations menu; in italiano è Menu operazioni della finestra) e selezionatela.

·         Assegnate il tasto funzione F15 a quest'azione, selezionando "Tasto personalizzato", cliccando sull'icona del tasto funzione e poi premendo il tasto menu (disattivate le caselle Shift, Ctrl, Alt).

Questa configurazione va fatta per ogni singolo utente. ciao da Paolo.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Bill Gates... (27 gennaio 2001)

Sapete tutti che non sono un fan di William Henry Gates III, ma se fa una cosa giusta, non vedo perché non parlarne, e con la stessa foga con cui ci si lamenta delle magagne del suo software.

Oggi, a Davos, Bill Gates ha annunciato che donerà 100 milioni di dollari (200 miliardi di lire) a favore della ricerca per un vaccino per l'Aids, e ha sfidato i magnati del business internazionale a fare altrettanto.

Non dubito che il ritorno d'immagine che deriva dalla donazione sia molto utile per Microsoft (così la piantiamo di lagnarci di quando costa il software, visto che parte del costo va in beneficenza), ma 200 miliardi per la ricerca medica sono sempre una gran bella cosa. Ed è senz'altro meglio di quanto abbiano fatto molti altri stramiliardari, sia in USA, sia più vicino a casa nostra.

Va anche detto che 200 miliardi sono poca cosa per chi ne possiede circa duecento_mila_ (stando alla stima più recente). Tuttavia sarei molto contento di vedere, che so, Jim Carrey donare un millesimo dei suoi guadagni, invece di comperarsi il jet personale (un Gulfstream, il più caro che ci sia).

Prima che me lo chiediate, sì, anch'io do in beneficenza qualcosina di più di un millesimo di quello che guadagno.

Pensate di poter fare altrettanto?

Ciao da Paolo.


Su Internet "gratis" non vuol dire gratis (3 febbraio 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport mercoledì 10 gennaio 2001.

Su Internet "gratis" non vuol dire gratis

Altro che "hacker", "cracker" e "virus": la parola più pericolosa di tutta Internet è "gratis". Siamo sommersi di offerte per accedere alla Rete che contengono questa magica parola, ma purtroppo non c'è da fidarsi.

Nessuno in Italia offre un accesso a Internet totalmente gratuito: si pagano almeno le telefonate per collegarsi al fornitore d'accesso. In altre parole, l'accesso è "gratis" soltanto nel senso che il fornitore non vi chiede un canone, ma più a lungo restate collegati, più pagherete nella bolletta telefonica. Una quota della bolletta viene girata automaticamente al fornitore d'accesso, e quindi il servizio offerto è tutt'altro che gratuito.

La legge e la correttezza commerciale imporrebbero di indicare chiaramente questo dettaglio non trascurabile sul CD di installazione e nel relativo contratto, ma questo non impedisce ad alcuni grandi fornitori Internet di "dimenticarsene", con conseguente denuncia e condanna per pubblicità ingannevole (ad esempio a carico di Tin.it, sentenza n. 8370, 8/6/2000). c'è di peggio. Alcune offerte "gratuite" prevedono che l'assistenza tecnica al collegamento passi da un numero 166 da 2000 lire al minuto, e spesso anche questo non viene indicato: lo si scopre dopo, a cose fatte.

Insomma, bisogna "leggere attentamente le avvertenze" come si fa con i medicinali, ma a volte non basta. Se avete sottoscritto uno di questi abbonamenti-truffa e pagato cifre non concordate, rivolgetevi alle associazioni di consumatori: siete protetti dal cosiddetto "vizio del consenso" e avete diritto al rimborso.

I pericoli in bolletta non sono finiti. Oltre ai raggiri perpetrati da certi fornitori italiani ci sono anche le truffe dall'estero, tramite i servizi pittorescamente noti come "zero zero maialoni".

Molti siti porno invitano a scaricare e installare un programmino che promette accesso gratuito al loro contenuto. In effetti la promessa è mantenuta: il sito non chiede soldi o carte di credito per mostrarvi le sue dubbie grazie.

Purtroppo, però, il suo programmino cambia di nascosto il numero composto dal computer per collegarsi a Internet e lo sostituisce con un numero internazionale (prefisso "00") da quattro-cinquemila lire al minuto. Naturalmente, parte del salasso viene girato dall'operatore telefonico al gestore del sito.

Difendersi è così facile che se ci cascate, ve lo meritate: basta non prelevare mai programmi da siti discutibili e chiedere al computer di visualizzare il numero composto dal modem. In Windows, ad esempio, i numeri sono indicati in Esplora Risorse, sotto Accesso Remoto. Più in generale, usate il buon senso: nessuno dà niente per niente.

Opera: tra i due litiganti... (3 febbraio 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport mercoledì 17 gennaio 2001.

Opera: tra i due litiganti...

Microsoft Internet Explorer e Netscape Navigator sono i due grandi contendenti nel settore dei "browser" (i programmi per sfogliare le pagine del Web). Ma tra i due litiganti c'è da tempo un interessante terzo incomodo di nome Opera, che si è recentemente rinnovato sia come prestazioni, sia come formula commerciale. E' infatti uscita la versione 5.0, che a differenza delle precedenti è gratuita, a patto di accettare sul proprio schermo una piccola scritta pubblicitaria (eliminabile a pagamento).

Opera è prelevabile da http://www.operasoftware.com nelle versioni per Windows, Mac, Linux (sperimentale), EPOC e BeOS. Si scarica rapidamente: la versione senza Java (consigliabile) è grande appena due megabyte, contro le decine e decine dei due giganti Internet Explorer e Navigator.

Ma perché installare un altro browser quando già ne abbiamo uno nel computer? Semplice: perché le dimensioni compatte di Opera lo rendono utilizzabile anche su computer non recentissimi sui quali i browser giganti annaspano o non funzionano affatto. altro vantaggio: Opera non interferisce con il vostro sistema operativo e non ne altera il funzionamento, a differenza degli altri browser. Quindi un collasso del browser dovuto a pagine "cattive" del Web non trascina con sé tutto il computer.

E poi ci sono gli aggiornamenti: quelli di Opera si prelevano in fretta, mentre quelli degli altri browser richiedono ore di connessione e quindi pesano sulla bolletta telefonica. Gli aggiornamenti si trovano anche sui CD allegati alle riviste di settore, ma comunque bisogna metter mano al portafogli.

Vista la differenza di dimensioni, vi chiederete che cosa hanno tolto a Opera per renderlo così piccolo.

In realtà sorprendentemente non manca niente: Opera supporta gli acquisti sicuri via Internet, ha un ottimo zoom per chi ha problemi di vista, e legge persino i siti Wap dei telefonini. alcuni siti dicono di essere ottimizzati per Netscape o Explorer: funzioneranno con Opera? In genere sì, e in caso contrario è il sito ad essere in fallo, non voi: viola gli standard della Rete, governati dal sito ufficiale W3c.org, a cui Opera permette di inviare le pagine fallose in tempo reale.

Bonsaikitten: i pesci abboccano meglio se si usa la Rete (3 febbraio 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport mercoledì 24 gennaio 2001.

I pesci abboccano meglio se si usa la Rete

Un torrente di e-mail indignate sta travolgendo Internet a causa di Bonsai Kitten (www.bonsaikitten.com): il sito dei gatti allevati in bottiglia, schiaffato con orrore in prima pagina dai giornali, che ha scatenato la furia cieca del popolo della Rete, partorendo persino un esposto alla Procura per far chiudere il sito.

Lo dico chiaro e tondo, nella speranza che aiuti a fermare questa pazzia collettiva: Bonsai Kitten è uno scherzo. Di dubbio gusto, per carità, ma è uno scherzo. Basta leggere il testo del sito ed esaminarne le foto con un briciolo di spirito critico per capire che è un tentativo di fare umorismo nero. Nessun gatto è stato maltrattato, né tanto meno ridotto a dodecaedro come proclama il sito: infatti viene mostrata soltanto l'immagine di un micetto che s'intrufola per metà in un vasetto di vetro (cosa che i gatti adorano fare).

Ripeto: è uno scherzo. Non ci sono dubbi: basterebbe riflettere un momento per capirlo. Ma chissà perché, soprattutto quando c'è di mezzo Internet, nessuno si sofferma a pensare prima di aprir bocca. Così nasce la falsa notizia che fa subito il giro della Rete, propagata all'infinito da altri creduloni.

Vi capiterà spesso di trovare nella vostra casella postale su Internet accorati appelli di questo tipo: boicottaggi di determinate marche alimentari, inviti a non mangiare certe merendine (conterrebbero coloranti proibiti), ricerche di donatori compatibili, allarmi a proposito di virus, raccolte di "firme", eccetera. Di recente è circolata via e-mail la notizia che bastava mandare un e-mail a una nota marca di cellulari per ricevere gratis un telefonino: troppo bello per essere vero, ovviamente, eppure hanno abboccato a decine di migliaia. come comportarsi in casi come questi? Semplice: prima di tutto chiedetevi se la notizia è plausibile. Poi cercate di verificare la notizia alla fonte, se è indicata: non fidatevi dell'autorevolezza di chi ve la spedisce, può aver abboccato anche lui. Soprattutto consultate i siti dedicati alle bufale celebri, come http://www.leggende.it e http://leggende.clab.it, e il newsgroup it.discussioni.leggende.metropolitane.

Stampare le foto digitali (3 febbraio 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport mercoledì 31 gennaio 2001.

Stampare le foto digitali

Gran bella cosa, la macchina fotografica digitale. Vedi subito com'è riuscita la foto, cancelli quelle che non ti piacciono, non compri più pellicola. Il problema nasce quando bisogna stampare le foto: e capita spesso, perché è scomodo e anche un po' triste radunarsi intorno al monitor del PC per sfogliare l'album di famiglia.

Quasi tutte le stampanti oggi in commercio hanno un'opzione di stampa a colori, e alcune si collegano direttamente alla fotocamera, per cui potrebbe venirvi la tentazione del fai da te. Ma attenzione: bisogna usare carta speciale, che non è a buon mercato, e le cartucce d'inchiostro si esauriscono a ritmo vertiginoso.

Se fate bene i conti, insomma, vi accorgerete che stampare foto digitali costa circa il doppio di uno sviluppo di una pellicola tradizionale ed è un procedimento lentissimo, soggetto a frequenti errori e rifacimenti. La qualità delle stampe fatte in casa, inoltre, è buona ma ben lontana da quella delle foto non digitali.

Internet offre una soluzione migliore: trasmettere le vostre foto digitali a un laboratorio professionale, che le stampa ad altissima qualità e ve le spedisce a casa per posta ordinaria. I costi sono leggermente superiori a quelli della stampa in casa, ma il risparmio di tempo è enorme e la qualità non teme confronti. ci sono vari siti Internet che offrono questo servizio in Italia. Alcuni funzionano soltanto se usate Windows o Mac, come Fuji (http://www.fujifilm.it/ecommerce/myfilm/index.asp) e Agfanet (http://www.agfanet.com); altri, come Zoombla.it (http://www.zoombla.it), accettano qualsiasi sistema operativo.

I prezzi sono grosso modo allineati; la differenza sta nel modo di interagire con il sito. A un estremo c'è Zoombla, interamente grafico e molto personalizzabile, ma proprio per questo estremamente lento (anche se è in arrivo un programma che velocizza il procedimento); all'altro c'è Agfanet, poca grafica e poche scelte, ma velocissimo. Qualunque sia la vostra scelta, tenete d'occhio la bolletta telefonica: trasmettere tante foto richiede tempo, per cui vi conviene farlo quando le tariffe sono basse, oppure usare un abbonamento "flat" a Internet.

Bloccare la pubblicità su Internet (7 febbraio 2001)

Visitate un sito e improvvisamente lo schermo si riempie di finestre pubblicitarie: siete caduti nella trappola della pubblicità "pop-up" di Internet. E' un vero flagello: non solo vi obbliga a chiudere tutte le finestre prima di poter proseguire, ma rallenta la navigazione perché vi obbliga a scaricare tutte le immagini pubblicitarie (i cosiddetti "banner").

Per fortuna c'è rimedio: la prima cosa da fare è disattivare Javascript nel vostro browser. Di solito è una contromisura sufficiente, e i risultati si apprezzano subito, anche se certi siti progettati male diventano meno navigabili. Se non basta, ci sono programmi gratuiti come Pop-Up Stopper (http://www.panicware.com/product_dpps.html, per Windows con Internet Explorer) e Guidescope (http://www.guidescope.com, per Windows e Linux).

Potete bloccare anche i banner integrati, cioè quelli che fanno parte della pagina Web che vi interessa consultare e non compaiono in finestre separate; sono meno fastidiosi dei pop-up, ma comunque rallentano l'uso della Rete. Ecco come fare.

-- Lasciate il mouse sul banner per qualche secondo, senza cliccare: compare l'indirizzo dell'agenzia pubblicitaria (ad esempio admanager.clickit.it o ad.doubleclick.net).

-- Poi trovate il file "hosts" nel vostro computer: in Windows è solitamente nella cartella c:\windows; in Linux è nella cartella /etc/.

-- Scrivetevi dentro la seguente formula magica: "127.0.0.1", uno spazio e l'indirizzo che avete fatto comparire. Ad esempio:

127.0.0.1 adsweb.tiscalinet.it

127.0.0.1 ad.tiscalinet.it

127.0.0.1 admanager.clickit.it

127.0.0.1 adnetwork.kataweb.it

127.0.0.1 ad.doubleclick.net

127.0.0.1 m.doubleclick.net

-- Ripetete l'operazione per ciascuna agenzia che volete bloccare (non sono molte).

-- Infine, se usate Windows, riavviate il computer; se usate Linux non è necessario riavviare.

Da quel momento in poi non vedrete più tutte le pubblicità di quell'agenzia incluse in qualsiasi pagina di Internet; anzi, non vi verranno neppure trasmesse, velocizzando la navigazione.

Eliminare la pubblicità rompiscatole dunque si può. Ma conviene? Molti dei migliori servizi di Internet sono gratuiti grazie alla pubblicità; senza di essa, sarebbero a pagamento o non esisterebbero affatto. Tenete presente che se usate queste tecniche di bloccaggio, l'inserzionista se ne accorge.

Linux: problemi con i nuovi pacchetti RPM (12 febbraio 2001)

Se non usate Linux, non leggete oltre: questo messaggio è dedicato esclusivamente all'aggiornamento del mio libro "Da Windows a Linux" e a chi adopera Linux.

Siete ancora qui? bene! Allora vi racconto come si installano i pacchetti RPM nuovi se siete (saggiamente) rimasti alla Red Hat Linux 6.2.

Preambolo: una delle novità dell'infelice versione 7.0 di Red Hat Linux è l'introduzione di un nuovo formato per i pacchetti RPM (quelli che contengono i programmi da installare). Molti dei programmi più recenti vengono distribuiti impacchettandoli con questa nuova versione del formato RPM, per cui sono inutilizzabili sotto Red Hat Linux 6.2.

Praticamente succede questo: immaginate di scaricare da Internet un pacchetto che volete installare (un file RPM). Quando vi cliccate sopra in kfm, parte kpackage, che però vi dice only packages with major numbers <= 3 are supported by this version of RPM

Traduzione: state cercando di installare un pacchetto RPM nel formato 4, ma il vostro Linux gestisce soltanto le versioni del formato RPM fino alla 3.

La soluzione è (quasi sempre) semplice: aggiornate il programma rpm, che è quello usato da kpackage per spacchettare i pacchetti. La versione nuova è presso questo indirizzo: ftp://updates.redhat.com/6.2/i386/rpm-3.0.5-9.6x.i386.rpm

Prelevatela, fate login come root, avviate l'interfaccia grafica (KDE) e cliccate una sola volta sul file rpm-3.0.5-9.6x.i386.rpm.

Parte kpackage. Attivate il segno di spunta nelle caselle Upgrade e Replace Files (questo è Linux inglese, ma in italiano la solfa è praticamente uguale). Poi cliccate su Install. Fine del problema. adesso prendete quel pacchetto RPM che non riuscivate ad aprire prima e cliccatevi sopra. Se non ci sono problemi di dipendenze, dovrebbe installarsi senza alcuna obiezione.

E se invece i problemi di dipendenze ci sono? Soprattutto se kpackage elenca una sfilza di dipendenze non soddisfatte, potreste cercare di installare tutti i pacchetti che le soddisfano, ma siccome si tratta quasi sempre di parti vitali di Linux, è facile incasinare la macchina. Conviene provare a installare una distribuzione più recente (NON la Red Hat 7.0). Dopotutto, la 6.2 è ormai anzianotta, in termini informatici, per cui una Slackware o Mandrake o simili vi darà un Linux massicciamente aggiornato.

__Come verificare l'integrità di un pacchetto

Se scaricate un pacchetto RPM da Internet, potete verificarne l'integrità dando il comando rpm --checksig --nogpg nomefile attenzione: questo comando verifica soltanto che il pacchetto è arrivato integro, cioe' che è stato scaricato correttamente. Non garantisce però che il pacchetto sia autentico: potrebbe essere stato manomesso da chi l'ha messo su Internet.

Di conseguenza, questa verifica è sufficiente se scaricate pacchetti da siti di indubbia reputazione (tipo RedHat, cnet.com, Tucows); non lo è se scaricate da siti meno rispettabili. In questo secondo caso è necessaria l'autenticazione PGP, ma è tutta un'altra storia che non vi infliggo qui. Regola fondamentale: scaricate pacchetti per Linux soltanto da siti seri e lasciate stare il resto. Guarda un po', è la stessa raccomandazione valida per Windows.

Napster, la sentenza irrilevante (15 febbraio 2001)

Eccovi il testo del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport del 14 febbraio 2001. ciao da Paolo.

__Napster alle corde? Mica tanto

E' finita l'era della musica da scaricare gratis da Internet? La recentissima sentenza contro il sito Napster (http://www.napster.com) ha gettato nel panico i 50 milioni di utenti del servizio e fatto esultare i discografici, ma in pratica non cambia molto le cose, perché è impossibile farla rispettare.

Infatti Napster non potrà più aiutare gli utenti a scambiarsi brani soggetti al diritto d'autore, ma spetterà alle case discografiche indicare le canzoni da proibire. Una per una. Considerato che il repertorio discografico mondiale ammonta a centinaia di migliaia di titoli diversi, l'impresa è disperata.

Peggio ancora, ammesso che le case discografiche riescano a compilare il grande indice dei brani proibiti, probabilmente basterà cambiare leggermente i titoli dei brani scambiati per eludere totalmente i controlli.

Per il momento, quindi, si può continuare tranquillamente a scaricare brani in formato MP3 tramite Napster.

Tuttavia è probabile che Napster chiuda lo stesso i battenti, non per motivi legali, ma semplicemente per mancanza di fondi, perché è dura guadagnare su un prodotto gratuito.

Niente paura: sono già in funzione gli eredi di Napster, che permettono di scambiare non soltanto musica ma anche programmi, libri e persino interi film e non dipendono da un sito centrale facilmente perseguibile, come invece fa Napster.

I siti più quotati sono Aimster (http://www.aimster.com), Freenet (freenet.sourceforge.net) e Gnutella (http://gnutella.wego.com).

In altre parole, non c'è verso di fermare il fenomeno: lo alimentano milioni di utenti, anche se sanno benissimo che è palesemente ingiusto scroccare le fatiche altrui. comprensibilmente, i discografici si mettono le mani nei capelli, ma non tutti gli artisti sono preoccupati. John Perry Barlow, ex membro dei mitici Grateful Dead e ora grande attivista in Rete (http://www.eff.org), è addirittura contento: secondo lui, non potendo più guadagnare sulla vendita delle registrazioni, gli artisti dovranno mantenersi cantando e suonando dal vivo. Se sono capaci di farlo, ovviamente.

Se ha ragione, Napster non ucciderà la musica, ma spazzerà via i petulanti complessini costruiti in sala d'incisione e farà emergere chi ha talento vero.

Napster, cautele per l'uso (22 febbraio 2001)

Ecco il testo originale dell'articolo che ho pubblicato sulla Gazzetta dello Sport del 21 febbraio 2001.

Piccolo corso di Napsterismo - 1 (21 febbraio 2001)

Siete decisi ad avventurarvi nel mondo di Napster e dei suoi cloni? Fate attenzione: scaricare musica gratis comporta vari pericoli. Ecco alcune regole da seguire per evitarli, valide per tutti i sistemi di questo tipo.

Per partecipare allo scambio in stile Napster dovete installare un apposito programma sul vostro computer: assicuratevi di scaricarlo direttamente dal sito che offre il servizio e controllatelo con un antivirus aggiornato. Non installate le copie fornite da amici e colleghi o disponibili altrove su Internet: spesso contengono virus o modifiche per consentire agli intrusi di leggere tutti i dati presenti nel vostro computer.

Un'altra precauzione fondamentale è installare un "firewall" come Zone Alarm (gratuito presso www.zonelabs.com) per bloccare i frequentissimi tentativi di intrusione. altro pericolo: per far funzionare lo scambio, questi programmi consentono agli altri utenti di accedere alle cartelle del vostro disco rigido che contengono i file da scambiare. Se non state attenti, la scelta di quali cartelle rendere accessibili a chiunque viene effettuata in automatico, col rischio di rendere pubbliche zone vitali del vostro computer (o della vostra vita privata). Anche impostando il tutto manualmente, viene aperto un canale di accesso diretto al vostro computer, a disposizione di vandali e malintenzionati. Per questo motivo è pericolosissimo usare Napster e soci sui computer in ufficio, come fanno tanti: mettete a rischio la sicurezza informatica dell'intera azienda. c'è anche il problema della bolletta telefonica. Anche se avete una linea veloce, scaricare un brano richiede decine di minuti. Il più delle volte la connessione cade a metà dell'opera, per cui bisogna cominciare da capo. Alla fine, insomma, rischiate di pagare molto cara questa famosa musica "gratuita".

Spesso ci sono anche conseguenze legali. A parte i pochissimi brani di cui alcuni artisti autorizzano la distribuzione gratuita, la musica che trovate su Internet è piratata: è tratta da CD sui quali c'è scritto chiaramente "riproduzione vietata". Per questo in alcuni paesi gli utenti di Napster subiscono il sequestro del computer e un processo penale. In Italia la legge in materia è ancora molto confusa, ma basta il buon senso per capire che ottenere a scrocco quello che gli altri pagano è quasi certamente illegale. Utente avvisato, mezzo salvato.



Rimborso per Windows: si può anche con ME (3 marzo 2001)

Alcuni di voi ricorderanno un mio articolo su come avevo ottenuto il rimborso di una copia inutilizzata di Windows 98. In seguito ho scoperto di essere stato il primo in Italia a farlo (giugno 1999). O perlomeno nessuno si è fatto avanti a smentirmi in questo discutibile primato.

Ovviamente il tempo passa, e nel frattempo Microsoft ha pubblicato Windows Millennium Edition. In questa nuova edizione del suo sistema operativo, le condizioni del contratto di licenza sono state massicciamente riscritte. Che effetto ha avuto questa riscrittura? Si può ancora chiedere il rimborso per Windows se lo troviamo preinstallato sul nostro PC e non lo vogliamo?

La risposta, come avrete intuito, è sì. Tuttavia la tecnica da usare è piuttosto diversa da quella valida per Windows 95/98, per cui ve la riassumo qui. Presso il mio sito (http://www.attivissimo.net, sezione "Rimborso per Windows") trovate una versione aggiornata dell'articolo originale, che copre sia Windows 95/98, sia Windows ME, e racconta in dettaglio il mio caso personale.

La clausola magica

La possibilità di farsi rimborsare Windows ME è prevista _esplicitamente_ dal contratto (EULA) che compare sullo schermo durante l'installazione e il primo avvio di Windows. Nella versione italiana di Windows ME (versione 4.90.3000), la clausola chiave del contratto recita infatti:

Qualora l'utente non accetti le condizioni del presente Contratto, non dovrà installare o utilizzare il PRODOTTO SOFTWARE, e POTRA' RESTITUIRE PRONTAMENTE AL RIVENDITORE IL CONTRATTO STESSO E IL PRODOTTO SOFTWARE CON I RELATIVI DOCUMENTI E MATERIALI. In tale ipotesi, qualora al momento dell'acquisto il Rivenditore abbia emesso fattura, l'utente potrà ottenere il rimborso del prezzo. Diversamente l'utente potrà ottenere la sostituzione del PRODOTTO SOFTWARE con altro prodotto di pari prezzo o un buono per il futuro acquisto di un altro prodotto di pari prezzo.

Rispetto a Windows 95/98, non siete più _obbligati_ a contattare il rivenditore o il produttore: è facoltativo. Però compare specificamente l'esigenza di avere una _fattura_: ma come, uno scontrino di vendita non è sufficiente? Eppure lo scontrino è un documento fiscale a tutti gli effetti. Questa specificazione potrebbe essere illegale.

Inoltre non è più necessario contattare il _produttore_ del computer, ma il suo _rivenditore_. Questo rende molto più semplice e diretta la procedura di rimborso, perché lo si chiede a chi ci vende il computer, non al suo fabbricante,

Il contratto di Windows ME, a dire il vero, non specifica chiaramente chi debba provvedere materialmente al rimborso: non dice neppure esplicitamente chi si deve contattare. Tuttavia, dato che cita il Rivenditore e la sua fattura nella stessa frase in cui parla di rimborso del prezzo, è ragionevole presumere che sia il Rivenditore a dover provvedere al rimborso. Del resto, voi non avete comperato Windows da Microsoft, ma dal Rivenditore, quindi è abbastanza logico che sia quest'ultimo a doverlo rimborsare.

Un'altra differenza importante è che per Windows ME viene prevista esplicitamente la possibilità di sostituire Windows con altro prodotto di pari prezzo o con un buono per acquistare in seguito un altro prodotto di pari prezzo. Ad esempio, potreste farvi scontare il prezzo di Windows dalla fattura, oppure farvi dare un buono per comperare un altro programma o un accessorio per il computer.

La cosa più importante è che si parla esplicitamente e inequivocabilmente di rimborso del prezzo.

Come procedere

AVVERTENZA: Questo non è un trucco per frodare Microsoft usando a scrocco i suoi programmi. E' un metodo legale che vale soltanto per gli utenti onesti che effettivamente non usano il Windows che si trovano preinstallato ogni volta che comprano un computer.

Prevenire (in negozio) è meglio che curare (a casa): non complicatevi inutilmente la vita. Se potete, risolvete la questione di Windows acquistando direttamente il computer senza Windows. Al momento dell'acquisto, chiedete se esiste la possibilità di avere il PC senza Windows o con altri sistemi operativi. Molti rivenditori la prevedono, ma non la offrono se non gliela chiedete esplicitamente. Alcuni hanno già pronto un doppio listino prezzi (con e senza Windows), che però non vi mostreranno se non glielo chiedete insistentemente.

In ogni caso, soprattutto se acquistate un PC con Windows ME, fatevi rilasciare _fattura_. Se non avete avuto quest'accortezza, o se il modello di computer che volete acquistare non è disponibile in versione senza Windows, procedete come segue.

__Primo passo: rifiutare e cancellare

Dovete rifiutare le condizioni di contratto alla _prima_ accensione del computer appena acquistato, preferibilmente il giorno stesso dell'acquisto, cliccando sul pulsante Rifiuto (o Non accetto). Se cliccate sul pulsante Accetto, è troppo tardi.

Leggete attentamente le condizioni di contratto che compaiono sullo schermo e verificate che contengano la frase che ho citato: è la chiave per ottenere il rimborso. Ogni tanto Microsoft cambia il contratto, per cui fate molta attenzione.

Dovete inoltre cancellare definitivamente dal disco rigido tutti i file richiesti dalla preinstallazione di Windows, senza farne copie. Gli unici file che in alcuni casi potete legittimamente tenere in copia sono quelli dei driver specifici per le vostre periferiche (scheda audio, lettore CD/DVD, monitor eccetera), ma soltanto se i driver sono forniti dal produttore del computer e non da Microsoft (leggete le informazioni di copyright incluse in ciascun driver).

Dato che spesso è difficilissimo distinguere quali file appartengono a Microsoft e quali no, la strategia più prudente è formattare il disco rigido. I driver sono comunque quasi sempre scaricabili gratuitamente dai siti Internet dei produttori.

Tenete presso di voi il CD di Windows fornito insieme al computer, la relativa licenza e i manuali. Se sono sigillati, non apriteli. _Non_restituiteli_, per ora. a questo punto potete installare sul vostro computer il sistema operativo che vi pare. Non occorre attendere la risoluzione della vicenda.

_Secondo passo: la letterina

Prendete carta e penna e scrivete al rivenditore del vostro computer. _Non_scrivete_ a Microsoft Italia.

Nella letterina, esponete i fatti secondo questa falsariga:

In data ../../.. ho acquistato un Vostro personal computer modello .., numero di serie .. Alla prima accensione del computer ho esaminato il Vostro contratto di licenza per Windows (EULA) e ho esercitato la prevista facoltà di non accettare le condizioni del contratto stesso.

Porto alla Vostra attenzione la seguente clausola: "Qualora l'utente non accetti le condizioni del presente Contratto, non dovrà installare o utilizzare il PRODOTTO SOFTWARE, e POTRA' RESTITUIRE PRONTAMENTE AL RIVENDITORE IL CONTRATTO STESSO E IL PRODOTTO SOFTWARE CON I RELATIVI DOCUMENTI E MATERIALI. In tale ipotesi, qualora al momento dell'acquisto il Rivenditore abbia emesso fattura, l'utente potrà ottenere il rimborso del prezzo. Diversamente l'utente potrà ottenere la sostituzione del PRODOTTO SOFTWARE con altro prodotto di pari prezzo o un buono per il futuro acquisto di un altro prodotto di pari prezzo."

In ossequio a tale clausola, con la presente esercito la facoltà di contattarVi (essendo Voi il Rivenditore citato nel Contratto) per restituire il prodotto non utilizzato e ottenere il relativo rimborso. In particolare richiedo informazioni sulle modalità e sull'ammontare del rimborso.

Poi preparatevi alla battaglia.

_Terzo passo: la risposta pronta

E' probabile che la vostra lettera verrà ignorata. In tal caso provate a sentire telefonicamente il servizio clienti del rivenditore del vostro PC e fate valere i vostri diritti. Non stupitevi se gli addetti cadono dalle nuvole.

Le obiezioni più probabili che vi faranno per cercare di svicolare dal contratto sono queste, con le relative risposte:

__Non esiste alcuna possibilità di rimborso per Windows.

Il vostro contratto dice esplicitamente il contrario. Le devo rileggere la clausola?

__Ma lei quando ha acquistato il PC sapeva che c'era Windows preinstallato, perché adesso si lamenta?__ certo che sapevo che c'era Windows preinstallato. Ho anche chiesto se si poteva avere senza Windows, ma mi è stato detto di no. Ma ho accettato lo stesso proprio perché sapevo della clausola di rimborso prevista dal contratto di licenza di Windows e presumevo che avreste tenuto fede ai vostri impegni scritti.

__Il contratto non l'abbiamo scritto noi, l'ha scritto Microsoft.__

E allora? Non mi interessa chi l'ha scritto: mi interessa chi l'ha _firmato_, cioè voi come Rivenditore. Se siete così furbi da accettare passivamente quello che impone Microsoft, il problema è vostro e non mio. Esigo il rispetto del contratto.

__Lei è il primo che ce lo chiede, non sappiamo come fare.

Ingegnatevi. La clausola è nel _vostro_ contratto, sta a voi trovare la maniera di rispettarlo. O preferite una denuncia per violazione di contratto? E poi non è vero che sono il primo: Paolo Attivissimo l'ha già fatto, come descritto nel suo articolo su Apogeonline e sul suo sito Web http://www.attivissimo.net.

__Guardi, so che all'estero si fa questa cosa, ma in Italia non è ammesso.

Mi sta dicendo allora che il vostro contratto contiene una clausola illegale? Interessante. E' disposto a dichiararmelo per iscritto? E comunque, tanto per dirne una, il Paolo Attivissimo di cui sopra ha chiesto il rimborso e l'ha ottenuto dalla Acer Italia ad agosto del 1999. Se la legge italiana vale per Acer, vale anche per voi. Vuole che le mandi una copia dell'articolo di Attivissimo che spiega tutto?

__Il Rivenditore non siamo noi, è Microsoft.

Non è vero. Leggetevi bene il contratto e non cercate di confondere le acque.

__Windows è un prodotto Microsoft, si rivolga a loro.__

Windows sarà anche un prodotto Microsoft, ma io non ho acquistato Windows da Microsoft: l'ho acquistato da voi. Siete voi il mio fornitore, non Microsoft. Microsoft è, in questo caso, un vostro subfornitore. Il mio contratto di acquisto è con voi, non con Microsoft, quindi non tiriamo in ballo chi non c'entra.

__Sì, lo so che c'è scritto così, ma non è necessario rispettare la clausola.

Davvero? E da quando una delle parti di un contratto si può permettere di decidere unilateralmente quali condizioni rispettare e quali no? Sapete che questo è un comportamento sanzionato dalla legge? E se io, per analogia, decidessi senza il vostro accordo che non mi va di rispettare la condizione contrattuale che vieta la duplicazione o il disassemblaggio, come la prendereste? Non menate il can per l'aia e non cercate di svicolare dalle vostre responsabilità.

__Windows è parte integrante del computer: il computer non funziona senza Windows, e quindi Windows non può essere oggetto di rimborso.

Non è vero. Il vostro computer funziona anche senza il Windows che insistete a volermi fornire: basta installarvi un altro sistema operativo (Linux, BeOS, o anche un altro Windows di cui ho già regolare licenza).

Inoltre, a differenza, che so, del disco rigido, il software offerto insieme al PC è oggetto di un suo specifico contratto di _licenza_, separato da quello di _acquisto_ dell'hardware.

Questo contratto di licenza specifica l'opzione di accettare o non accettare le condizioni; solo accettandole si può installare quel Windows.

Insomma, mi viene data la facoltà di scegliere. Ebbene, io ho scelto di non accettare le condizioni del contratto. Sto seguendo le vostre istruzioni in tal senso. Adesso non potete dirmi che non è vero quello che c'è scritto nel contratto. Il contratto l'avete scritto voi, mica io.

Fatevi sempre dare nome, cognome e numero di telefono diretto della persona con la quale parlate.

_Quarto passo: perseveranza

Se non ottenete risposta, scrivete ancora, con raccomandata con ricevuta di ritorno, minacciando azione legale per palese violazione del contratto da parte del rivenditore del PC, e dite loro che non comprerete mai più un loro computer. Telefonate, faxate, fateli diventare matti. Stanno violando la legge e calpestando i vostri diritti, per cui non sentitevi in colpa: sono loro che hanno torto. Non commuovetevi e non desistete: contano di battervi per sfinimento. alla fine vedrete che capitoleranno. Non è necessario avviare una causa o rivolgersi al giudice conciliatore (procedura gratuita): basta la minaccia, dato che la perdita di tempo e i costi di un'azione legale (che sicuramente il rivenditore perderebbe) supererebbero ampiamente il valore del rimborso. Se siete un cliente aziendale, è sufficiente la minaccia di non comperare più nulla da loro.

_Quinto passo: rispedite e raccontate

Quando ottenete il vostro legittimo rimborso, rispedite al rivenditore i manuali, il CD di Windows e la licenza di Windows con raccomandata con ricevuta di ritorno all'indirizzo concordato con il rivenditore del vostro computer.

Poi fatemi un favore: scrivetemi a topone@pobox.com e raccontatemi la vostra esperienza. Raccontatela anche ai vostri amici e stimolateli a fare altrettanto. E' un po' come giocare alla lotteria: se non tentate, non vincete. Ma diversamente dalla lotteria, più siamo, più è facile vincere.

In bocca al lupo!

Napster, qualche trucco (4 marzo 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport il 28/2/2001. ciao da Paolo.

Piccolo corso di Napsterismo – 2

Aete provato Napster (www.napster.com), il sistemone di scambio musicale via Internet, ma non riuscite mai a scaricare i brani che desiderate? Eccovi allora qualche dritta per ottenere il massimo rendimento da questo immenso catalogo musicale.

Quando cercate un brano, Napster vi propone un elenco di utenti che lo possiedono sul loro computer e sono disponibili a trasmettervelo. Accanto a ogni utente viene indicata la velocità della sua connessione: T1, DSL e Cable rappresentano connessioni velocissime e permanenti, mentre ISDN o dei numeri (ad esempio 33.6, 28.8) indicano quelle lente. a rigor di logica, converrebbe scegliere di scaricare da utenti che hanno connessioni permanenti e veloci. Purtroppo è il ragionamento che fanno tutti, col risultato che questi utenti sono sempre sovraccarichi di richieste, al punto che essi stessi non riescono a navigare ed è impossibile scaricare brani dal loro computer. Napster si paralizza, vittima del proprio successo.

La soluzione? Cercate nell'elenco di Napster gli utenti che hanno velocità di connessione bassissime (ad esempio 14,4 kbps). Dico sul serio: infatti alcuni di loro, grazie a un trucchetto chiamato "masquerading", hanno dichiarato una velocità fasulla nel questionario d'iscrizione di Napster, così l'elenco li segnala come assurdamente lenti, mentre in realtà sono molto veloci. Lo scopo? Sembrare poco appetibili, in modo da non attirare orde di visitatori che li paralizzerebbero e restare a disposizione dell'élite degli utenti più esperti che sanno del trucchetto.

Riconoscere gli utenti "mascherati" è facile: di solito offrono brani con un bitrate, o indice di qualità audio, superiore ai normali 128 kbps, e quando scaricate un brano da uno di loro la velocità di ricezione è pari o addirittura superiore a quella di connessione dichiarata in Napster. Quando trovate uno di questi preziosi Napsteriti, memorizzatene il nome nella vostra hotlist (l'elenco degli utenti preferiti) per poterlo richiamare in seguito. Non abusatene tentando di scaricare più di un brano alla volta dallo stesso utente: c'è il rischio di farsi mettere nella sua lista nera e vedersi rifiutare l'accesso.

Napster inciampa ma non cade (12 marzo 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo comparso sulla Gazzetta dello Sport di mercoledì scorso. Visto che stanno succedendo molte cose molto in fretta intorno a Napster, le sue informazioni potrebbero già essere obsolete. Comunque ve lo propongo, magari vi è utile.

L'archivio degli articoli pubblicati in Gazzetta è sempre presso il solito http://www.attivissimo.net.

Un milione di utenti banditi, due milioni di titoli eliminati dal catalogo di Napster. Suonano come colpi mortali, eppure il sistema di scambio gratuito di musica via Internet è ancora in piedi. Cerchiamo di capire come è possibile.

Nel tentativo di salvarsi dalla chiusura totale a seguito della causa intentata dalle grandi case discografiche, Napster ha attivato un filtro che dovrebbe bloccare lo scambio dei brani musicali dei quali i discografici vietano la riproduzione: in pratica, quasi tutta la musica in vendita nei negozi.

Funziona? In effetti artisti come i Beatles, i Metallica e Jimi Hendrix sembrano essere quasi spariti da Napster. In realtà ci vuole poco per farli ricomparire: siccome il filtro si basa sui titoli dei brani e sui nomi degli artisti, per eluderlo basta alterarli leggermente. ad esempio, il filtro blocca qualsiasi file MP3 il cui nome contiene la parola "Beatles" (anche se il file è una registrazione del vostro cane che abbaia), ma ignora "Bitols" e storpiature analoghe.

L'importante, ovviamente, è che tutti gli utenti di Napster si mettano d'accordo e usino un metodo standard per alterare i nomi dei brani. Già fatto: presso http://www.timwilson.org/ basta immettere nome del'artista e titolo del brano per ottenerne una "traduzione" automatica standardizzata. Rinominando in questo modo i vostri brani MP3 (compreso il tag ID3) potete continuare a offrirli tramite Napster. Cosa ancor più interessante, potete usare questa traduzione per cercare il brano corrispondente su Napster. Tutto questo, naturalmente, in barba al filtro.

L'unico problema è che al momento il sito Timwilson.org è comprensibilmente intasatissimo di richieste, per cui non è facile accedervi. Se non ci riuscite, usate le aree di "chat" di Napster per chiedere notizie su questo e altri metodi di rinominazione, oppure consolatevi con gli artisti meno famosi, per i quali Napster funziona come prima, senza richiedere alterazioni dei nomi.

Resta da vedere quanto durerà questa situazione. Se anche il filtro attivato volontariamente da Napster non blocca lo scambio di musica come chiesto dalle case discografiche, il tribunale americano potrebbe non avere scelta e ordinare lo spegnimento totale di Napster. Niente panico: sono già pronti i suoi successori Gnutella, Aimster e Freenet.

Pizzaware anonimo? Grazie (17 marzo 2001)

Come forse sapete, per "Da Windows a Linux" sto sperimentando la formula del 'pizzaware': il libro è scaricabile liberamente, e se vi piace potete mandare a me e Odo i soldi per offrirci una pizza. Potete anche non mandare niente. E' una formula semplice e pratica che va contro tutti gli assurdi meccanismi di protezione antipirateria per i quali discografici e produttori cinematografici stanno spendendo invano miliardi (il DVD è stato crackato con ventisei righe di codice, i CD non sono protetti, la musica online idem) nel tentativo di impedire alla gente di ascoltare/vedere/leggere a scrocco i loro 'prodottì. a me non interessa impedire niente: anzi, è mio esplicito desiderio diffondere il più possibile le conoscenze che ho acquisito (in questo caso, su Linux). Per questo i miei libri sono sì acquistabili da Apogeo se vi interessa la comodità della carta, ma sono anche prelevabili da Internet senza alcuna restrizione. Sono anche duplicabili e distribuibili, sempre senza alcuna restrizione (tranne che chi distribuisce non deve lucrarci sopra).

Di conseguenza, la formula del 'pizzaware' è l'unica che trovo tecnicamente accettabile, perché non causa alcuna difficoltà all'utente: niente software da installare, niente chiavi di sblocco, niente di niente.

Ovviamente questa libertà comporta che molta gente legge a scrocco i miei libri. Non ha alcuna importanza. Se non vi sentite di contribuire con un obolo, va benissimo lo stesso. Questo non è il mondo della produzione materiale (tipo quella di auto o frullatori), dove ogni copia fabbricata ha un costo di produzione. Il mio 'costò di produzione è invariato, sia che gli utenti scarichino una copia, sia che ne scarichino un milione. Questa è una lezione che a quanto pare i discografici (vedi caso Napster) non vogliono capire, anche se sono nelle mie medesime condizioni.

Il mio punto di vista è questo: non aspiro a diventare miliardario. Mi basta avere di che vivere: pertanto non ambisco a vendere tramite pizzaware centomila copie. Quel che viene viene, ed è particolarmente apprezzato proprio perché è una contribuzione volontaria, non un obbligo commerciale. a tutti quelli che hanno mandato e manderanno pizzaware, quindi, va il _grazie_ di cuore da parte mia e di Odo.

Detto questo (era una cosa che ci tenevo a dire da un bel po'), vorrei ringraziare in particolare l'anonimo donatore di un pizzaware da 15.000 lire. Be', in realtà lui/lei si è firmato, ma la firma è una cosa del tipo "Frantuaria Mummenoto" (alcuni studiosi propendono per un "Fmmmmmmmm Mmmmmmmmto"). La busta è arrivata oggi, contiene soltanto la frase "grazie per il tuo bellissimo libro 'Da Windows a Linux' - Buona Pizza" seguita dalla firma, e non reca l'indicazione del mittente.

Solitamente ringrazio personalmente tutti quelli che mi/ci mandano pizzaware, ma stavolta non lo posso fare, per cui scrivo questo articoletto nella speranza che l'anonimo donatore mi legga. ancora una volta, grazie!

Ancora Napster: tecniche anti-filtro (21 marzo 2001)

Ecco i testi originali di due miei articoli pubblicati dalla Gazzetta dello Sport ieri e la settimana scorsa.

Spero possano esservi utili! So che l'agonia di Napster fa male a tanti....

Sfogliando gli elenchi di Napster e degli altri sistemi di scambio file troverete tante copie dello stesso brano registrate con fedeltà diverse, riconoscibili da due parametri: il bitrate (bit-reit) e la frequenza di campionamento. Come regola generale, più sono elevati i loro valori, più è alta la fedeltà di registrazione.

Il guaio è che anche le dimensioni dei file aumentano di pari passo alla fedeltà: un brano con un bitrate di 256 kbps è grande il doppio di uno da 128 kbps e quindi raddoppia il tempo richiesto per scaricarlo. Quali sono allora i parametri ideali per avere una qualità accettabile senza tempi di prelevamento punitivi?

Non conviene prelevare brani con frequenze di campionamento inferiori a 22500 Hz e bitrate sotto i 96 kbps, se non per "assaggiare" rapidamente una canzone: al di sotto di queste soglie, infatti, sembra di ascoltare la radio in onde medie. all'altro estremo, per la frequenza di campionamento il limite pratico è facilmente fissabile a 44100 Hz, mentre per il bitrate le cose si complicano. Infatti la fedeltà del normale CD musicale è irraggiungibile, qualunque bitrate usiate, perché il formato MP3 elimina comunque parte dei suoni presenti nella registrazione originale: quindi non c'è un limite ben preciso. A 128 kbps, tuttavia, i suoni eliminati sono praticamente impercettibili, per cui la qualità è di solito sufficientemente vicina a quella del CD originale; aumentando ulteriormente il bitrate, il miglioramento è molto modesto e rilevabile soltanto da un orecchio molto allenato.

Tuttavia c'è un'eccezione: se l'originale da cui è stata tratta la versione MP3 non è un CD ma una registrazione analogica (ad esempio la radio, la televisione, un disco di vinile, una cassetta audio o video), è indispensabile un bitrate più alto, altrimenti otterrete distorsioni vistosissime dovute al fruscio di fondo. Pertanto, se dovete prelevare brani etichettati come "vinyl" (vinile) o "bootleg" (registrazioni amatoriali dei concerti), assicuratevi che il bitrate sia superiore a 128 kbps, altrimenti rimarrete probabilmente delusi.

Questi consigli, fra l'altro, valgono anche se non usate Napster e soci: si applicano infatti anche ai riversamenti digitali dei vostri CD, dischi e audiocassette.

Seconda parte:

Il tanto temuto filtro di Napster, che avrebbe dovuto far cessare lo scambio di musica via Internet contestato dalle case discografiche, è un mezzo fallimento: a quasi due settimane dalla sua attivazione, sono ancora perfettamente scaricabili i brani di artisti che sicuramente non vogliono essere duplicati gratuitamente, come Westlife, Ricky Martin, Britney Spears, i Bee Gees e tanti altri. Basta digitare in Napster il nome dell'artista o il titolo del suo brano anziché entrambi.

Inoltre ci sono numerosi programmi che scavalcano completamente il filtro, come Catnap (www.geocities.com/catnaproxy, per Windows e Linux) e NapCameBack (www.napcameback.com, solo per Windows) e consentono quindi di cercare i brani alla maniera solita, cioè immettendo il nome dell'artista insieme al titolo del brano.

Il vero pericolo per Napster è la defezione degli internauti. I brani musicali, infatti, sono custoditi sui computer dei singoli utenti, non su un sito Internet specifico; perciò ogni utente che lascia Napster o non attiva le misure anti-filtro fa diminuire il numero di canzoni disponibili a tutti gli altri. Già ora si è perso circa il 40% della musica disponibile prima dell'attivazione del filtro. Se la fuga degli utenti continua, non ci sarà più niente da scaricare.

In altre parole, anche se il filtro non sarà mai perfetto, è sufficiente che renda Napster abbastanza scomodo da indurre un buon numero di utenti ad abbandonarlo. che fare? Se volete continuare a mettere a disposizione la vostra collezione di musica MP3 tramite Napster, rinominate i vostri brani in modo che siano visibili agli altri utenti nonostante il filtro: basta usare Catnap o NapCameBack, oppure mettere una cifra all'inizio delle parole del titolo.

Ma non è illegale scaricare e distribuire musica tramite Napster? Non sempre. Molti ottimi brani di artisti emergenti sono liberamente scaricabili per scelta degli autori. Se avete dei vecchi 45 giri o 33 giri ma non avete più il giradischi per suonarli, avete già pagato i diritti all'artista, per cui potete prelevarne la versione MP3 e avere la coscienza tranquilla. Potreste anche scaricare un intero CD da Napster soltanto per valutarlo prima di comperarlo. Tutti questi sono usi legittimi di Napster, e non sono casi rari: anzi, le ricerche indicano che una canzone su tre viene scaricata legalmente.

Cambiare l'ora in Linux (23 marzo 2001)

Si avvicina l'infausto momento dell'ora legale: e questo mi ha fatto venire in mente che in "Da Windows a Linux" non ho raccontato come si regola l'ora di sistema. Rimedio subito.

Esistono vari modi per automatizzare il processo, per cui Linux va da solo a prendersi il segnale orario di una base militare USA o dell'osservatorio di Greenwich e si imposta sull'ora esattissima, ma richiedono interventi di alta chirurgia che sinceramente non mi sono sentito né di tentare, né di infliggervi. Il comando da usare è 'date', di cui potete dilettarvi a leggere la pagina man digitando 'man date'.

Ma se volete un metodo semplice semplice, ecco come fare: accedete come root all'interfaccia grafica e lanciate timetool (digitate Alt-F2 e poi, nella casella che compare, immettete 'timetool'); oppure, se siete già nell'interfaccia grafica come utente non-root, aprite una finestra di terminale e diventate root digitando su root; poi digitate 'timetool'.

In entrambi i casi compare una finestra che indica l'ora di sistema.

Procuratevi l'ora esatta da una fonte autorevole qualsiasi: il mio metodo preferito è collegarmi a Internet e puntare il browser a http://www.bsdi.com/date, che offre l'ora di Greenwich e quella di tutti gli altri fusi orari.

In Timetool, cliccate sulla parte dell'ora che volete correggere e poi cliccate sulle frecce verticali per regolarla. Quando siete pronti, cliccate su Reset time (il primo pulsante in alto) e poi chiudete Timetool.

Da questo punto in poi Linux adotterà internamente l'orario che avete impostato. Se volete reimpostare direttamente l'orologio di sistema, cliccate su Set system clock (il secondo pulsante). Prima di farlo, assicuratevi che non siano in esecuzione programmi che eseguono calcoli basati sul tempo, altrimenti otterrete risultati sballati.

Altro 'virus' per Linux? Niente panico anche stavolta (25 marzo 2001)

Man mano che Linux comincia a diffondersi, aumentano i tentativi di scavalcare le sue difese. Scrivere un virus (più correttamente un worm) per Linux è una sfida più stimolante che farlo per Windows. Creare codice autoreplicante per il sistema operativo Microsoft è fin troppo facile, e soprattutto è già stato fatto fino alla nausea, con Melissa, Happy99, Pikachu, Iloveyou, e compagnia bella.

Scrivere un virus/worm efficace per Linux, qualcosa che abbia l'efficacia di Iloveyou per Windows e si diffonda per il globo causando altrettanti danni alle macchine Linux, è quindi in cima alla lista delle Cose Interessanti Da Fare per molta gente. Essere il primo a raggiungere questo risultato sarebbe motivo di enorme gloria personale presso una certa fetta della comunità informatica e potrebbe condurre, come è già successo per altri autori di virus, all'arresto seguito da una remuneratissima carriera presso le grandi aziende di sicurezza informatica.

La solida reputazione di Linux in materia di sicurezza è arrivata persino a toccare la consapevolezza dei giornalisti generici, stirpe geneticamente refrattaria a tutto ciò che non è commerciale e sponsorizzato (traduzione: che non ha un padrone a cui leccare i piedi). Scrivere un articolo che proclami che anche Linux è suscettibile di attacco da parte di virus/worm ha due effetti benefici per il giornalista: primo, "fa notizia", perché è una novità (almeno per i quotidiani non specializzati); secondo, dice fra le righe "Visto? Anche Linux è infettabile, quindi non è poi tanto meglio di Windows...", per cui fa un favore a Microsoft, che è un grande inserzionista pubblicitario nei quotidiani italiani (e non solo italiani).

Tutto questo per dirvi che in futuro leggerete molti articoli allarmistici su presunti "virus" per Linux e che li dovrete prendere con molta cautela. ad esempio, la CNN (http://www.cnn.com/2001/TECH/internet/03/23/linux.worm.idg/index.html) si è occupata un paio di giorni fa di una nuova minaccia per Linux: "un worm pericoloso si sta diffondendo su Internet...". Se letta distrattamente, la notizia potrebbe far pensare che si tratti di un pericolo che tocca i singoli utenti di Linux, come è successo per Iloveyou con gli utenti Windows.

Non è così: il worm, chiamato Lion, colpisce soltanto i _server_ Linux, ossia le macchine Linux che smistano il traffico di Internet, e soltanto quei server che usano software non aggiornato per gestire i nomi di dominio. In altre parole, paragonando Internet alla rete telefonica, Lion aggredisce le centrali, non i telefoni.

Lion sfrutta una vulnerabilità, nota sin da gennaio 2001, presente nella vecchia versione del server BIND, che consente di convertire gli indirizzi letterali di Internet (tipo ziobudda.it) in indirizzi numerici (indirizzi IP) che i computer possono usare per incanalare il traffico della Rete.

Tutte le altre macchine Linux, che non usano un server BIND (ossia le macchine Linux usate come personal computer) o che usano un server BIND aggiornato, sono immuni a questo attacco. Quindi se usate Linux sul vostro computer a casa o in ufficio come utenti normali, _non_correte_alcun_pericolo_ da parte di Lion.

Le cose cambiano se siete amministratore di rete (presso un provider Internet o un'azienda). Se non avete aggiornato il vostro server BIND, siete degli incompetenti, ma non temete, pare che siate in buona compagnia: il 20% dei server di Internet, a quanto pare, è nelle stesse condizioni.

Se siete amministratori di rete con Linux (e, probabilmente, anche Unix) e non sapevate di questa magagna, esiste una utility per verificare se il vostro sistema è stato infettato: si chiama Lionfile, ed è disponibile gratuitamente presso www.sans.org/y2k/lionfind-0.1.tar.gz. c'e' un solo caso in cui Lion può essere un pericolo per gli utenti: se chi gestisce il vostro accesso a Internet non aggiorna il proprio software e viene aggredito da Lion, le vostre password di accesso alla posta e alla Rete non sono più segrete, con ovvie conseguenze.

Comandare a distanza un PC tramite Linux (26 marzo 2001)

Supponete di avere due computer sui quali gira Linux e di voler usare uno dei due come "monitor" dell'altro. Una delle applicazioni tipiche di questa tecnica è comandare un computer remoto, dove per "remoto" si può intendere "all'altro capo della scrivania" o "al piano di sotto", in una rete locale, o "all'altro capo del mondo" se siete su Internet.

Una delle mie applicazioni preferite, come dicevo nel Capitolo 17, è usare lo schermo del mio portatile come "monitor" del mio computer fisso. Non solo mi consente di comandare a distanza il computer fisso, ma mi evita di dover collegare un ingombrante monitor al PC fisso in questione.

Se i due computer sono vicini, potete usare questa tecnica per collegarli entrambi simultaneamente a Internet. E' come avere due monitor collegati allo stesso PC. Potete eseguire un programma che non avete installato sul vostro computer locale ma che è disponibile su quello remoto: ad esempio, se non avete installato StarOffice sul vostro portatile perché siete a corto di spazio, potete collegarvi a un PC sul quale è installato StarOffice ed eseguirlo immediatamente, visualizzandolo sullo schermo del portatile.

Attenzione: con questa tecnica il computer locale è quasi totalmente passivo, dato che si limita a visualizzare quello che avviene sul computer remoto. I programmi vengono eseguiti sul computer remoto, non su quello locale: di conseguenza potete usare come computer locale anche una macchina molto, molto modesta: quella che conta è la potenza di calcolo della macchina remota.

L'intero procedimento può essere eseguito stando davanti alla macchina locale: il computer remoto potrebbe essere del tutto privo di monitor, mouse e tastiera. La connessione fra le due macchine può essere realizzata tramite schede di rete Ethernet (molto veloce) o via Internet (parecchio più lenta). Quello che descrivo qui vale per entrambi i casi.

Primo passo: autorizzare

La prima cosa da fare è avviare l'interfaccia grafica di Linux, se non è già in esecuzione, sulla macchina locale. Fatto questo, aprite una finestra di terminale (preferibilmente come utente comune).

Ora dovete dire al computer locale di fidarsi di quello remoto e consentire a quest'ultimo di accedere allo schermo del computer locale. Linux è prudente, e se non lo autorizzate esplicitamente, non consente a un computer di mandare il risultato dei suoi programmi grafici a un altro computer.

Il comando da dare è xhost seguito da + e dall'indirizzo IP del computer remoto.

Ad esempio, io mi siedo davanti al mio portatile (macchina locale), apro una finestra di terminale e digito xhost +192.168.1.3, dove 192.168.1.3 è l'indirizzo IP del mio PC fisso.

Attenzione: l'indirizzo IP da digitare è quello della macchina remota. E' facile fare confusione, per cui preferisco ricordarvelo. In pratica state dicendo al computer locale "permetti alla macchina 192.168.1.3 (la macchina remota) di trasmettere comandi alla tua interfaccia grafica".

Ottenete come risposta l'indirizzo IP della macchina remota seguito dalla dicitura "being added to access control list". Questo conferma che il comando è stato accettato.

Secondo passo: collegarsi al computer remoto

Fatto questo, stabilite una connessione con il computer remoto. Se il computer remoto è accessibile via Internet, dovete prima collegarvi a Internet.

Per stabilire la connessione ci sono due modi: quello tradizionale ma insicuro, che usa il comando telnet, e quello sicuro, che usa il comando ssh. La comunicazione tramite telnet non è protetta in alcun modo: i messaggi viaggiano in chiaro fra i due computer, e se questo può essere tollerabile in rete locale, non è nemmeno pensabile se siete su Internet: fareste viaggiare in chiaro le password di accesso al computer remoto, permettendo a chiunque di rubarvele e poi fare quello che gli pare sul computer remoto. L'installazione e la configurazione di ssh sono descritte nel Capitolo 19 di "Da Windows a Linux".

La connessione si stabilisce digitando, nella finestra di terminale sul computer locale, telnet o ssh (a seconda del metodo che scegliete di usare) seguito dall'indirizzo IP del computer remoto.

Ad esempio, ssh 192.168.1.3 è il comando che digito io per collegarmi al mio computer fisso (192.168.1.3) dal mio portatile, collegati sulla mia miserrima rete locale di casa (costituita da ben due macchine Linux).

Sul computer locale compare la richiesta di digitare il nome dell'utente e/o la sua password, esattamente come se foste davanti al computer remoto (attenzione. si tratta di un utente definito sulla macchina remota, non su quella locale).

Una volta che avete risposto a queste due richieste, siete al comando del computer remoto. Potete digitare un comando, ad esempio ls, per elencare i file contenuti nella home directory dell'utente con il cui nome vi siete collegati. Potete anche eseguire qualsiasi programma residente sul computer remoto, purché non abbia bisogno dell'interfaccia grafica: verrà eseguito dal computer remoto ma visualizzato sul computer locale.

Ma naturalmente si può fare di meglio: si possono visualizzare sul computer locale anche programmi grafici in esecuzione sul computer remoto.

Nella finestra di terminale che è collegata al computer remoto. Digitate export DISPLAY= seguito dall'indirizzo IP del computer locale e da :0.0.

Ad esempio, io digito sul portatile (macchina locale) export DISPLAY=192.168.1.2:0.0

Terzo passo: azione!

Ci siamo! Se ora digitate sulla macchina locale, nella finestra di terminale collegata al computer remoto, il nome di un qualsiasi programma grafico disponibile sul computer remoto, il programma verrà eseguito dalla macchina remota ma visualizzato dalla macchina locale.

Potete provare ad esempio a digitare kcalc o, se avete installato Netscape e siete più ambiziosi, netscape.

Se volete lanciare più di un programma, digitate un ampersand (&) dopo il nome di ciascun programma, come in netscape &, in modo che la finestra di terminale possa accettare ulteriori comandi.

In entrambi i casi, il programma viene lanciato sul computer remoto e il suo risultato compare sul monitor del computer locale. Se la connessione di rete è veloce (10 megabit via Ethernet, ad esempio), non noterete la differenza rispetto all'esecuzione di un programma locale. Via Internet, se non avete una connessione davvero notevole, noterete invece un vistoso rallentamento, ma è meglio di niente: potete fare da remoto tutto quello che fareste se foste seduti davanti al computer remoto, grafica compresa. Diventa quindi possibile fare tutta la manutenzione che vi pare, con la comodità dell'interfaccia grafica. Questo è un risultato che in Windows richiede programmi appositi a pagamento, come Norton PC Anywhere. In Linux è già tutto integrato.

Naturalmente se il programma remoto che lanciate ha un carico grafico molto intenso (nel senso che aggiorna lo schermo molto frequentemente), come ad esempio un visualizzatore di filmati o un gioco, la quantità di dati da trasmettere attraverso la rete potrebbe risultare eccessiva e quindi produrre rallentamenti inaccettabili. Di conseguenza conviene usare questa tecnica con giudizio: va bene se il programma è un browser, uno spreadsheet o un word processor, ma non aspettatevi di poter vedere un filmato senza salti e sfarfallii.

Quando avete finito, chiudete i programmi che avete lanciato sul computer remoto e terminate la connessione attivata con telnet o ssh, e tutto torna come prima.

Napster e Napigator (30 marzo 2001)

Ecco il testo originale del mio articolo pubblicato dalla Gazzetta dello Sport il 28 marzo 2001.

Lunga vita ai figli di Napster

Aria di panico fra gli utenti di Napster: i filtri antipirateria stanno migliorando e ora funzionano abbastanza da rendere lente, macchinose e spesso infruttuose le ricerche di musica da scaricare da Internet. Oltretutto le case discografiche dicono che ancora non basta: vogliono filtri ancora più potenti. Già ora molti dei sistemi ideati dal popolo di Internet per scavalcarli non funzionano più. La festa è finita?

Dipende. Il destino di Napster non è certo la chiusura imposta per legge, perché ora che sono stati attivati i filtri come contentino temporaneo per evitare la sospensione del servizio, l'iter giudiziario potrebbe durare mesi o addirittura anni, durante i quali Napster continuerebbe a funzionare.

Ma c'è una minaccia più concreta all'orizzonte: a luglio Napster intende terminare il servizio gratuito e sostituirlo con una versione a pagamento. Questo in sé non sarebbe un problema: i sondaggi dicono che il 70% degli utenti sarebbe disposto a pagare un abbonamento mensile (si parla di dodici-ventimila lire) per scaricare musica, soprattutto se la qualità fosse garantita.

Purtroppo il nuovo Napster sarà protetto da sistemi anticopia: il consueto formato Mp3 liberamente duplicabile verrà sostituito da altri formati che (almeno teoricamente) impediranno di trasferire i brani su CD o a lettori MP3 portatili. Questo, come tutti i sistemi anticopia, significa una sola cosa: chi fa il pirata per lucro troverà la maniera di scavalcare le protezioni, mentre l'utente comune subirà intralci a non finire anche nell'uso legittimo della musica scaricata. Ad esempio, fare una copia di sicurezza dei brani regolarmente pagati sarà un incubo. Pochissimi vorranno abbonarsi a queste condizioni.

Allora è ora di cancellare il programma Napster dal computer? Niente affatto: lo si può riciclare aggiungendo Napigator (per Windows e Linux, http://www.napigator.com), che consente di staccarsi dal circuito ufficiale dei cosiddetti "server" di Napster e agganciarsi a circuiti alternativi, fondati da appassionati, sui quali non ci sono filtri. Le istruzioni in italiano per usare Napigator e i circuiti amatoriali sono reperibili presso http://www.djnap.it e http://www.italiannap.com/. Saranno amatoriali, ma funzionano alla grande: tempi duri, insomma, per i discografici che non si adeguano.

Il fondatore del concetto open source a Milano (31 marzo 2001)

Odo (coautore di "Da Windows a Linux", http://www.attivissimo.net") mi chiede di segnalarvi un evento interessante per chi ha modo di andare a Milano il 2 aprile prossimo: ci sara' Bruce Perens.

Probabilmente il nome non vi dice granche': allora vi propongo un po' di credenziali. Bruce Perens e' colui che ha ideato e pubblicato la prima, originale definizione del concetto di "Open source": la base su cui si fonda Linux e la libera distribuzione del software completo di codice sorgente, che era considerata un'eresia e un suicidio commerciale (ora molta gente s'e' ricreduta).

Collabora allo sviluppo del kernel di Linux sin dal 1981, quindi dagli albori del progetto. Quasi tutte le applicazioni embedded di Linux (ossia Linux integrato in dispositivi diversi dal tradizionale computer, come l'orologio-Linux di IBM e vari altri sistemi industriali) contengono codice scritto da lui.

Il suo nome appare nei titoli di "A Bug's Life" e "Toy Story II", avendo collaborato alla gestione della massiccia parte informatica di questi due film interamente generati in grafica computerizzata. La ripulitura di Biancaneve (Disney) e l'eliminazione dei cavi che tengono sospeso il Terminator in Terminator II sono stati realizzati tramite software scritto da lui.

E per finire, grazie a lui Linux e' andato in orbita due volte con la navetta spaziale americana.

Insomma, un bell'elemento. Se vi interessa conoscerlo, lo trovate appunto a Milano il 2 aprile (lunedi' pomeriggio, insomma), in un incontro dedicato a chi gia' conosce Linux e in cui si discute delle prospettive dell'Open Source. Attenzione: rispolverate il vostro inglese, perche' non ci sara' traduzione simultanea.

Trovate maggiori informazioni all'indirizzo http://utenti.tripod.it/odo.

Il fondatore del concetto open source a Milano (correzione) (31 marzo 2001)

Scusate, ho infilato un refuso nella versione precedente di questo messaggio (ma sono troppo vanesio per dirvi  dove...). Ignorate la versione precedente e considerate buona questa. Grazie!

Odo (coautore di "Da Windows a Linux", http://www.attivissimo.net") mi chiede di segnalarvi un evento interessante per chi ha modo di andare a Milano il 2 aprile prossimo: ci sara' Bruce Perens.

Probabilmente il nome non vi dice granche': allora vi propongo un po' di credenziali. Bruce Perens e' colui che ha ideato e pubblicato la prima, originale definizione del concetto di "Open source": la base su cui si fonda Linux e la libera distribuzione del software completo di codice sorgente, che era considerata un'eresia e un suicidio commerciale (ora molta gente s'e' ricreduta).

Collabora allo sviluppo del kernel di Linux sin dal 1994, quindi dagli albori del progetto. Quasi tutte le applicazioni embedded di Linux (ossia Linux integrato in dispositivi diversi dal tradizionale computer, come l'orologio-Linux di IBM e vari altri sistemi industriali) contengono codice scritto da lui.

Il suo nome appare nei titoli di "A Bug's Life" e "Toy Story II", avendo collaborato alla gestione della massiccia parte informatica di questi due film interamente generati in grafica computerizzata. La ripulitura di Biancaneve (Disney) e l'eliminazione dei cavi che tengono sospeso il Terminator in Terminator II sono stati realizzati tramite software scritto da lui.

E per finire, grazie a lui Linux e' andato in orbita due volte con la navetta spaziale americana.

Insomma, un bell'elemento. Se vi interessa conoscerlo, lo trovate appunto a Milano il 2 aprile (lunedi' pomeriggio, insomma), in un incontro dedicato a chi gia' conosce Linux e in cui si discute delle prospettive dell'Open Source. Attenzione: rispolverate il vostro inglese, perche' non ci sara' traduzione simultanea.

Trovate maggiori informazioni all'indirizzo http://utenti.tripod.it/odo.

Mina prossimamente a "Chi l'ha vista?" (30 marzo 2001)

La "riapparizione" di Mina dopo vent'anni e' stata salutata dallo sponsor (Wind) come un successo. Quindici milioni di tentativi di accesso, due milioni di utenti hanno continuato a interagire con il sito Wind dopo la "trasmissione" del documentario, ben duecentomila spettatori l'hanno visto tutto.

Pronto? C'e' nessuno in casa?

Questo sarebbe un _successo_? Su quindici milioni di persone che hanno tentato di vedere il programma, quattordici milioni e ottocentomila se ne sono andati disgustati con le pive nel sacco. Per me, un risultato del genere e' un fallimento totale. Significa che il _98,7%_ degli aspiranti consumatori della trasmissione non l'hanno vista.

Quale impressione avra' di Wind quel 98,7% di fregati? Saranno contenti del servizio fornito? Considereranno Wind un'azienda che mantiene quello che promette? Quando si trattera' di comperare un telefono cellulare, riporranno fiducia in chi l'ha buggerata cosi' sonoramente?

D'accordo, l'arte dei pubblicitari di far passare per trionfo qualsiasi umiliazione non e' nuova a queste prodezze. Staremo a vedere quanta gente si fara' abbindolare da questo tipo di campagna di marketing.

Cosa piu' importante, questo fallimento clamoroso, come quelli precedenti dei concerti di Madonna e di Paul McCartney tentati all'estero, dimostrano che Internet non e' ancora pronta per questo tipo di servizio; anzi, se mi permettete, non lo sara' mai.

Infatti chi spera di usare Internet per farne una televisione (e, si noti, il tentativo non proviene da un certo discusso magnate della televisione commerciale, ma da Wind, di cui conoscete bene l'azionista principale) si scontra con alcune piccole realta' tecniche che quelli del reparto commerciale cercano sempre di nascondere sotto il tappeto: Internet, per sua natura, non e' fatta per la trasmissione in tempo reale di tante informazioni a tanti utenti. Ogni utente/spettatore in piu' comporta un carico in piu' per i server che "trasmettono" il programma. Per contro, una stazione televisiva tradizionale funziona allo stesso modo, ed e' soggetta allo stesso carico tecnico, sia che il programma venga guardato da dieci milioni di persone, sia che non lo guardi nessuno. Un vantaggio non da poco.

Possiamo dunque lasciar perdere queste futili esposizioni di boria e tornare a una Internet fatta su misura per gli utenti, non per i commercianti? Una Rete con pagine magari non belle esteticamente, ma che si scaricano in pochi secondi anche con le normali connessioni via modem e non necessitano dell'ultimissima versione di browser e di un Pentium 4? Una Rete che, facendo a meno di Javascript, ActiveX e Java, offra pagine Web davvero sicure, che non obblighino gli utenti a studiare informatica e installare antivirus prima di poter usare il servizio?

Di questo passo, a furia di propinarci servizi che non funzionano, siti di una lentezza esasperante e virus che devastano i computer, e' inevitabile che gli utenti comincino a odiare Internet, e di certo chi era vagamente incuriosito scappera' come una lepre. E' anche cosi' che si uccide la Rete.

Grazie Wind.



La foto del mitico "bambino col tumore al cervello" e altre cosine (3 aprile 2001)

Sto ristrutturando drasticamente il mio sito Web, e ho colto finalmente l'occasione per aggiungere un po' di cose che spero vi faranno piacere.

Per prima cosa, "Internet per tutti" e' finalmente scaricabile per la lettura offline.

Ho inoltre riorganizzato le pagine del sito e messo un po' di link in piu' che dovrebbero facilitare la navigazione all'interno dei miei libri online.

Infine, ciliegina sulla torta, ho messo una foto di Craig Shergold, quello dell'ormai mitico appello del bambino di sette anni col tumore al cervello che circola su Internet dal lontano 1994. Visto che e' una delle poche "bufale" della Rete che ha un fondamento di verita', ho pensato di far cosa gradita mostrandovi una foto dell'ormai giovanotto.

Il tutto e', in via _sperimentale_, presso http://members.xoom.it/attivissimo. Presso http://www.attivissimo.net, per il momento, c'e' ancora la vecchia versione del sito, in attesa che quella nuova sia collaudata. Confido nel vostro aiuto e fiuto per snidare i difetti di funzionamento, che sicuramente non mancano!

Giorno nero per la liberta' digitale in Italia (5 aprile 2001)

Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana: "La stampa non puo' essere soggetta ad autorizzazioni o censure".

(http://www.parlamento.it/funz/cost/art21.htm)

Ah no?

Invito tutti a leggere attentamente e riflettere sull'articolo pubblicato oggi da Punto Informatico:

http://punto-informatico.it/p.asp?i=35705

E' un giorno triste, tristissimo per la liberta' in Italia. Da oggi, chi pubblica e aggiorna periodicamente un sito Web, _anche_amatoriale_, senza registrarsi ufficialmente presso la burocrazia italiana e' punito con mezzo milione di multa e/o due anni di carcere.

Se fosse successo quattro giorni fa, avrei pensato a un pesce d'aprile. Ma non e' cosi': e' quello che prevede la nuova legge sull'editoria (62/2001), che entra in vigore proprio oggi.

Ripeto: questa legge non colpisce soltanto i quotidiani online, come lo stesso Punto Informatico, Apogeonline, ZeusNews e tanti altri, tutti nati dalla fatica di gente che si e' sbattuta (spesso senza mai farsi pagare) per fare qualcosa di nuovo, qualcosa che potesse dare _vera_ informazione agli utenti, non quella pappina edulcorata che ci propinano i quotidiani. Se pensate che io stia esagerando, provateci voi a pubblicare su un giornale un articolo che critica seppur blandamente Microsoft o Telecom Italia, come ho fatto io, e vedrete che reazione otterrete.

Nossignore. Questa legge ha effetto su _tutti_ i siti Internet, anche quelli pubblicati da appassionati. Quindi anche sul vostro (magari piccolo) sito personale.

Anche il mio sito (http://www.attivissimo.net), dove offro gratuitamente i miei libri e le altre sconcezze che scrivo, e' da considerare da oggi fuorilegge, perche' lo aggiorno periodicamente. Per mettermi in regola dovrei, cito Punto Informatico, "assumere/individuare un direttore responsabile che abbia i requisiti per essere iscritto all'Ordine dei Giornalisti o agli elenchi speciali per le testate specializzate e che "controfirmi" la registrazione del sito presso il tribunale della città ove risiede 'l'editore'".

E, naturalmente, pagare una gabella all'Ordine dei Giornalisti.

Per gli utenti comuni, un costo insostenibile e un fardello burocratico inconcepibile. Una mostruosita' burocratica degna di un regime [X] nordocoreano [X] sovietico [X] Talebano (mettere una X nella casella piu' rispondente al caso specifico). E vorrei far notare, prima che mi si creda animato da intenti di propaganda politica di parte, che la legge e' passata con l'accordo di _tutti_ quelli che si tengono stretti la strapagata poltrona in Parlamento: quelli di destra, quelli di centro, quelli di sinistra. Tutti d'accordo nell'instaurare un regime di censura totalitaria che non ha precedenti in Europa.

Per i siti degli appassionati c'e' una sola tenue scappatoia: non essere periodici e inserire nelle proprie pagine (cosi' dice Punto Informatico) "il nome e il domicilio dell'editore e l'indirizzo della locazione fisica del server".

Ma chi definisce che cosa e' periodico e cosa no? Se io aggiorno il mio sito una volta al mese, ma non lo stesso giorno, sono periodico? Se aggiungo una pagina Web alla settimana, sono periodico? Se lo aggiorno una volta l'anno?

E poi come diavolo faccio a sapere "l'indirizzo della locazione fisica del server"? A chi la chiedo? Al mio provider? E se quello la cambia, in galera ci vado io per falsa dichiarazione?

In altre parole, la legge e' concepita specificamente in modo da scoraggiare chi voglia fare qualcosa a livello amatoriale ma non danneggiare le testate Internet commerciali in mano ai soliti quattro gatti. I siti commerciali, infatti, possono permettersi gabella e 'direttore responsabile'; gli appassionati no.

E' lo stesso principio usato a suo tempo per le radio private (ricordate il coraggio di Radio Milano International, 1975?) e le televisioni private (pretori che oscuravano Retequattro e compagnia bella) negli anni 80. Chi ha i soldi va avanti come prima, chi fa le cose per passione chiude.

Ovviamente, dato che improvvisamente la totalita' dei siti Web italiana e' diventata fuorilegge, la nuova norma non sara' applicata a tappeto. Anzi, probabilmente non verra' applicata del tutto: la si tiene li', pronta per essere tirata fuori quando serve contro chi e' sgradito al potere. Come il recente "bollino SIAE" obbligatorio su tutti i supporti elettronici multimediali, e' a disposizione del magistrato o del politico che ha bisogno di far fuori una voce scomoda.

Mi dispiace parlare in termini cosi' sessantottini, ma e' cosi' che stanno le cose.

Fra l'altro, per evitare i rigori del censore di Stato, non basta pubblicare il sito su un server estero (tipo Geocities). Se le informazioni pubblicate partono da un mittente in Italia, sono soggette alla legge italiana anche se fisicamente stanno all'estero.

Saro' sincero: me l'aspettavo. Non per nulla ho lasciato l'Italia anni fa. Abitando all'estero (e i marescialli/magistrati/politici/giornalisti che mi leggono ne siano avvisati), io non sono soggetto a questa legge assurda. Quindi continuero' a pubblicare i miei articoli come prima, dicendo quello che penso, pubblicando le smentite quando sbaglio, parlando liberamente contro chi fa leggi assurde, scrive software bacato e pericoloso, vi rifila bufale, e quant'altro. Anche se la legge italiana mi considera ormai un "sovversivo" che pratica nientemento che "stampa clandestina".

Il bello e' che proprio dopodomani torno in Italia per qualche settimana. Secondo la nuova legge italiana non potro' aggiornare il mio sito mentre sono in Italia, altrimenti saro' punito con multa da 500.000 lire e/o due anni di carcere.

Mi mettero' dunque il bavaglio per due mesi? Saro' costretto a limitarmi agli articoli che Apogeonline e ZeusNews cortesemente (e spesso coraggiosamente) mi pubblicano? State in ascolto.

Se qualcuno ha ancora il coraggio di dire che l'Italia e' un paese democratico, si faccia avanti. Senza ridere.

Un ciao amareggiato da Paolo.

NOTA LEGALE

Questo messaggio/pagina Web non ricade nell'ambito della legge italiana 62/2001 (divieto di pubblicazione senza previa registrazione presso il Tribunale e pagamento di tassa di registrazione), in quanto originato fuori dall'Italia a difesa della liberta' di espressione e di opinione.

Legge sull'editoria: bufala o censura? (9 aprile 2001)

E' partita una petizione per l'abrogazione della contestatissima legge 7 marzo 2001 n. 62, accusata da molti (me compreso) di rendere praticamente impossibile la pubblicazione amatoriale di un qualsiasi sito Web che venga aggiornato periodicamente.

La petizione, promossa da Punto Informatico, e' sottoscrivibile presso http://punto-informatico.it/, cliccando sul link "Petizione".

Alcune voci, nel frattempo, si sono levate a dire "calma, niente paura, non c'e' da preoccuparsi, tutto va bene... e' un allarmismo ingiustificato".

Allora, il can can che si sta facendo e' giusto o sbagliato? Me lo sono chiesto anch'io, e il risultato e' la sbrodolata che segue.

Questo e' un articolo piuttosto lungo, per cui ne faccio un sunto qui subito per coloro che hanno fretta. Se volete saperne di piu', leggetelo tutto.

Una precisazione: non sono un esperto di legge, non sono un avvocato, non sono neppure laureato. Le mie opinioni sono il frutto della lettura delle leggi e della loro interpretazione secondo i criteri della lingua italiana, tutto qui. In molti punti le mie opinioni sono in contrasto con quelle espresse da alcuni esperti; in altri, quello che penso io e' confermato da altri esperti. Sia come sia, non prendete quello che scrivo per oro colato: sia semplicemente uno spunto per il vostro approfondimento. Documentatevi e rifletteteci personalmente: questo articolo contiene i link alle fonti necessarie per farlo.

___In sostanza____

Il mio consiglio e' sottoscrivere la petizione e diffondere la consapevolezza dell'esistenza di questa legge e delle sue implicazioni per la liberta' di espressione.

Anche nelle sue interpretazioni piu' tranquillizzanti, descritte qui sotto, e' evidente che e' una legge troppo confusa, ambigua e difettosa, e come tale va riscritta (o almeno precisata).

Per questo e' opportuno chiederne l'abrogazione in attesa che vengano chiariti esplicitamente i suoi effetti sulla comunita' di Internet. E prima che diventi una delle tante leggi ignorate che si tirano fuori quando serve per colpire il nemico di turno.

__In dettaglio___

Cominciamo dall'inizio. La legge 7 marzo 2001 n. 62 (http://www.camera.it/parlam/leggi/01062l.htm) parla, nell'art. 1, comma 1, di "prodotto editoriale", definendolo come "prodotto realizzato su supporto cartaceo (...) o informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico".

In altre parole, il termine "prodotto editoriale" da ora include anche i siti Web. E su questo siamo tutti d'accordo. Va notato, in particolare, che questo termine include anche i siti Web che _non_ vengono aggiornati periodicamente. Quelli periodici, infatti, sono trattati in un paragrafo a parte del comma 3.

Quindi attenzione: quanto descritto dalla legge sull'editoria si applica a _qualsiasi_ sito Web. Il mio, il vostro, quello di vostro figlio, quello del club di amici, quello del Comune... Siamo tutti coinvolti da questa legge. Anche se non aggiorniamo periodicamente il nostro sito.

Il comma 3 dell'articolo 1 dice che al "prodotto editoriale" si applica l'articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. E qui inizia il solito giochino italiano dei rimandi a leggi che rimandano ad altre leggi... addirittura, come segnalato da Manlio Cammarata (http://www.interlex.it/tlc/48.htm), si fa riferimento al Regio D. L. 31 maggio 1946 ("Norme sul sequestro dei giornali e delle altre pubblicazioni"), che a sua volta rimanda all'Editto sulla stampa 26 marzo 1848, n. 695. Avete letto bene. Mille_ottocento_quarantotto. L'editto e' firmato dal Re del Piemonte, Carlo Alberto. Ma sto divagando.

In altre parole, per i siti Web (aggiornati periodicamente o no) valgono le seguenti regole dell'articolo 2 legge 8/2/1948 n. 47:

"Indicazioni obbligatorie sugli stampati - Ogni stampato deve indicare il luogo e l'anno della pubblicazione, nonche' il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell'editore...."

Ovviamente, "stampato" ora equivale a "sito Web" per via della nuova legge. Per cui, _estrapolando_:

"Indicazioni obbligatorie sui siti Web - Ogni sito Web deve indicare il luogo e l'anno della pubblicazione, nonche' il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell'editore...."

Ripeto: questo vale anche se il sito _non_ e' periodicamente aggiornato.

__Cominciano i problemi___

Applicata al Web, la legge chiede delle cose insensate e impossibili.

-- luogo e data di pubblicazione. Sulla data non c'e' granche' da obiettare, ma sul luogo ci si puo' scervellare con varie interpretazioni, _potenzialmente_tutte_sbagliate_. Qual e', per favore, il luogo di pubblicazione di un sito Web? Qualcuno me lo sa dire? Secondo alcuni (come descritto dall'ottimo Andrea Monti presso http://www.interlex.it/tlc/amonti46.htm), si considera "pubblicazione" l'atto di trasmettere le pagine Web al sito. Quindi il luogo di pubblicazione sarebbe il luogo dove risiede (_in_quel_momento_) il computer che fa l'upload delle pagine Web. Ma mettiamo il caso di un computer portatile, come il mio, che oscilla fra Inghilterra, Stati Uniti e Italia: qual e' il luogo di pubblicazione? Che ne so io di dove ero quando ho scritto una certa pagina? E se ho scritto la pagina un po' qua e un po' la'?

Potreste quindi pensare che la cosa sia piu' semplice per chi ha un PC fisso e pubblica le proprie pagine Web sempre dallo stesso posto (casa o ufficio, ad esempio). Nossignore. La legge puo' infatti essere interpretata in vari modi: ad esempio, per "luogo di pubblicazione" si potrebbe intendere il server che ospita le pagine. Dopotutto e' sul server, non sul PC dell'autore, che la gente le puo' andare a vedere.

Dato che esistono almeno due possibili interpretazioni, finira' che l'utente sara' sempre in errore. State pur certi che in caso di denuncia verra' applicata _l'altra_ interpretazione della legge: quella che non avete usato. Molto comodo, vero?

-- nome e domicilio dello stampatore. Chi e', di grazia, lo "stampatore" di una pagina Web? La pagina Web non viene stampata. Non esiste uno stampatore delle pagine Web. Questo termine, nel contesto del Web, non ha il benche' minimo senso. E' come fare una legge sulla sicurezza delle automobili che richiede che venga indicato il nome del muratore. O una legge sull'edilizia che contempli l'obbligo di indicare il pasticciere.

Dato che la pagina Web non viene "tirata" in tot esemplari, come avviene per la stampa, e dato che la pagina Web per sua natura si autoduplica (ogni volta che viene visitata se ne genera una copia), si potrebbe intendere:

a) lo stampatore non esiste, quindi non c'e' niente da specificare;

b) siccome la pagina si autoduplica, chi la crea ne e' automaticamente lo "stampatore", con una formula simile alla classica dicitura "ciclostilato in proprio";

c) siccome pero' la pagina viene duplicata dal software (browser) di chi la visita, lo "stampatore" e' il visitatore (che non si sa chi sia e quindi e' impossibile da indicare);

d) ma potremmo anche dire che quando si pubblica una pagina Web (cioe' quando si manda l'HTML dal proprio PC al server), e' il server che la "stampa", nel senso che trasmette (scrive) i caratteri dell'HTML sul disco rigido del visitatore). Quindi dovremmo indicare come "stampatore" il nome e il domicilio di chi fornisce il server Web che ospita le nostre pagine. Informazioni certamente non facili da reperire, ma non impossibili;

e) in alternativa, Annarita Gili scrive su Apogeonline (http://www.apogeonline.com/webzine/2001/04/09/01/200104090101) che la figura Internet piu' simile allo "stampatore" e' "il provider... e' consigliabile indicarne la denominazione e la sede legale."

Forse la Gili intendeva dire "provider di spazio Web", non "provider di accesso a Internet". O forse no.

Ancora una volta, insomma, ci sono almeno cinque possibili interpretazioni. Quando si dice "la certezza del diritto".

-- editore. Qui per fortuna non c'e' problema, almeno per chi non aggiorna periodicamente il proprio sito. La legge infatti dice "se esiste". Se l'editore non esiste, non c'e' obbligo di indicarlo.

Fin qui, allora, per tutti i proprietari di siti Web ci sono due obblighi impossibili da adempiere con sicu